Cervo Bianco: la truffa del capo indiano fascista

Cervo Bianco: la truffa del capo indiano fascista

Una storia poco conosciuta quella di Cervo Bianco, il capo indiano irochese che si definì fascista. Una volta in Europa fece una bella vita, tra feste, soldi e lussuosi appartamenti

capo indiano fascista

È il 1924. Il fascismo, a causa dell’assassinio di Giacomo Matteotti, non gode di molta popolarità. L’omicidio del giornalista antifascista, all’epoca segretario del partito socialista, ha scosso fortemente l’opinione pubblica italiana e quella estera. Malgrado questo malcontento, la provvidenza arriva in soccorso del partito di Benito Mussolini e incredibilmente in Europa arriva un capo indiano che si dichiara fascista, suscitando nella popolazione un entusiasmo generale.

Un necessario diversivo

Sembra si tratti di un importantissimo capotribù nativo americano. Il suo nome, tipicamente indiano è Cervo Bianco (White Elk), della Nazione Irochese. E’ venuto in Europa ad esporre presso la Società delle Nazioni le rivendicazioni del suo popolo. A Londra ha pronunciato un applauditissimo discorso per sollecitare l’ammissione dei giovani nativi americani nelle università inglesi. Nel suo discorso dichiara testualmente:

Mio bisnonno, mio nonno, mio padre erano tutti dei capi tribù; io ho ereditato tale titolo e sono l’ultimo di 1600 capi. Io sono quello che ha conferito al Principe di Galles il titolo di «Grande Stella del Mattino». Fra pochi giorni andrò in Inghilterra per ottenere dalla benevolenza di Re Giorgio la protezione per i miei figli indiani.

A Parigi tiene affollatissime conferenze sugli usi e costumi della sua tribù, a Bruxelles depone solennemente una corona di fiori sulla tomba del Milite Ignoto.

Il ricchissimo pellerossa fascista

Da Nizza, infine, fa sapere che intende visitare l’Italia e rendere omaggio a Mussolini e al fascismo di cui è un fervente ammiratore. La notizia viene accolta con grande favore, specie in quel particolare momento in cui le manifestazioni di stima da parte dell’estero sono molto scarse. Certo, il capo White Elk non ha l’importanza di un Chamberlain, tuttavia si tratta di uno dei più potenti capi della sua stirpe. Oltretutto è ricchissimo: nel natio Canada possiede vasti giacimenti petroliferi, immense tenute e grandi allevamenti di cavalli. Si tratta di un giovane sui trentacinque anni, di aspetto gradevole — benché i suoi tratti somatici sembrino più europei che da “pellerossa” — e gira sempre vestito da capotribù, con il caratteristico copricapo di piume e i mocassini di cuoio intrecciato.

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Cervo Bianco

Gli onori tributati a Cervo Bianco sono entusiasmanti. Al suo arrivo a Venezia il porto è gremito di gente festante, con il console americano e il federale che gli rendono i massimi onori. La sua gondola è seguita da un vero corteo di imbarcazioni mentre le campane di San Marco suonano a festa. Ad Ancona, il giorno successivo, la banda cittadina lo accoglie suonando la Marcia Reale e Giovinezza, unitamente ad una Marcia dei Pellirosse composta per l’occasione dall’Esimio Maestro Cavalier Peracchi. A Bari un incrociatore ancorato in porto spara a salve per salutarlo. Lui per ricambiare lancia manciate di monete ai ragazzini che lo seguono incuriositi. Le stesse scene si ripetono a Genova, Napoli e Torino.

La controversa udienza con Mussolini

Infine Cervo Bianco si reca a Roma. Sollecita un’udienza dal capo del Governo con un telegramma così concepito:

“Principe White Elk desidera conferire con V.E. stop. E’ benefattore di vari fasci italiani stop. Saluta fascisticamente” .

L’udienza è subito accordata, così il 28 agosto Cervo Bianco si reca a Palazzo Venezia. Pare che un improvviso impegno di Mussolini mandi a monte il ricevimento. C’è invece chi sostiene che il capo indiano fu effettivamente ricevuto dal Duce, il quale gli espresse simpatia per la causa delle oppresse tribù irochesi. Dopo di Mussolini, Cervo Bianco chiede udienza anche a Papa Pio XII, il quale non gliela concede ma gli invia due foto con la tradizionale benedizione papale scritta di suo pugno.

L’enorme popolarità del capo indiano fascista

Vero o no, l’eccezionale incontro con Mussolini rende sempre più popolare il singolare pellerossa fascista. Oltretutto Cervo Bianco non perde occasione per manifestare la sua dedizione al partito. A Firenze, per esempio, si affaccia dal balcone dell’Hotel Baglioni lanciando alla folla dei vibranti «alalà». In cambio un cantastorie fiorentino gli dedica uno stornello che suonava così:

Fior di mughetto/Al Prence canadese il sottoscritto/ grida Eja alalà con gran rispetto.

Ma chi è Cervo Bianco?

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Purtroppo, proprio all’apice del successo, sulla testa piumata del capo indiano fascista si abbatte una denuncia. Truffa, falso e millantato credito sono le accuse sporte dalle contesse Kevenhuller. Secondo le due nobildonne, l’uomo avrebbe spillato loro una forte somma (pare un milione di lire del tempo n.d.r.) la quale ha poi sperperato in beneficenze e bagordi.

In realtà Cervo Bianco è un poveraccio di nome Edgar Laplante, nato nel 1888 nello stato di Rhode Island da un muratore canadese e da una nativa americana. Ha girato l’America vendendo un intruglio a base di olio di serpente e raccogliendo offerte per la Croce Rossa (che poi intasca). Ha lavorato come comparsa nei film western rivestendo sempre la parte del pellerossa, finché la Paramount non lo ingaggia con altri figuranti per girare l’Europa. Lo scopo è di pubblicizzare un nuovo film dal titolo: “La Carovana verso l’Ovest”.

Così Edgar varca l’oceano, pagato dalla casa di produzione. Entra talmente bene nella parte di Cervo Bianco che quando il giro di propaganda finisce decide di restare in Europa, contando sulla propria intraprendenza. Durante un soggiorno a Nizza incontra due signore dell’alta aristocrazia austriaca. Sono madre e figlia e portano il blasone di contesse Kevenhuller. Entrambe si infatuano di Edgar, convinte che l’uomo sia un reale capo indiano, ricchissimo, così gli fanno moltissimi prestiti. Lui assicura le due contesse dicendo loro che restituirà i prestiti non appena il governo canadese l’avrà rimborsato di certi crediti. Ma questi fantomatici rimborsi non arrivarono mai e le contesse, stanche di sborsare denaro, decisero di denunciarlo apprendendo la cruda realtà.

Finisce la favola del capo indiano fascista

Quanto emerge dalle indagini sul conto di Edgard Laplante è a dir poco sconcertante. Non era un capo indiano, non si chiamava Cervo Bianco, non era un principe e neppure un pellerossa. Anche le proprietà dei giacimenti petroliferi risultano essere una bugia ben confezionata. In realtà il signor Laplante è soltanto un mistificatore dedito alla truffa. Uno come molti altri, giusto per capirci, ma più originale. Nel 1929 il tribunale di Torino lo condanna a cinque anni di reclusione. Una volta uscito di prigione il governo fascista lo rispedisce negli Stati Uniti. Nel 1944, a Phoenix, Cervo Bianco, al secolo Edgard Laplante, muore di malattia.

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