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Come vivono i venditori di fuffa

Come vivono i venditori di fuffa

Dai canali clickbait di YouTube ai siti ingannevoli, dalle teletruffe con prodotti miracolosi ai gruppi Facebook. Ecco come vivono i venditori di fuffa

Chi di noi, almeno una volta nella vita, non ha mai comprato prodotti spacciati per prodigiosi? Dagli occhiali a raggi x venduti negli anni Ottanta — per vedere sotto i vestiti —, ai profumi miracolosi per fare avvicinare la persona amata. Il sottobosco della truffa è variegato di mille colori, da quelli più tenui alle tinte forti, e tutti, bene o male, ci siamo cascati. Ammetterlo è difficile, perché ci sentiamo dei fessi, ma uno svarione può succedere a chiunque. L’importante è accorgersene. Ma come vivono i venditori di fuffa via web?

I venditori di fuffa non danno nulla, ma chiedono

Quello che si sa con certezza è che usano metodi differenti dagli strabilianti prodotti che vendeva l‘Intrepido. In quel caso se non eri soddisfatto — e se eri fortunato — venivi rimborsato. I prodotti li potevi toccare e provare. Quando ti accorgevi che niente di quello promesso dalla pubblicità era vero, al limite li accantonavi in un cassetto. I venditori di fuffa online, al contrario, non danno nulla. Anzi chiedono contributi per le loro mirabolanti imprese al fine di sostenere una «causa». Poco importa quale, il procedimento di mendicità è lo stesso.

Quelli meno ambiziosi offrono il loro corpo da immolare, in cambio di un semplice click. I più audaci invece, cioè quelli che si prodigano nell’accattonaggio via fibra, hanno capito che il rimedio al lavoro è starsene in bermuda e farsi ascoltare dal salotto di casa. Qualunque cosa dicano ci sarà sempre chi li inciterà a «non mollare». Il curriculum ideale per poter diventare uno di loro richiede per lo meno un’esigua esperienza come imputato. Meglio se i reati sono frode, ingiuria o diffamazione. Ecco come vivono i venditori di fuffa del nuovo millennio.

Di cosa si occupano?

Sono specializzati in qualunque materia, dopo aver visto 40 minuti di video. Argomentano di ogni cosa, dispensando consigli che spaziano dalla medicina molecolare all’ingegneria strutturale, dalla chimica organica all’agricoltura “senza chimica”. Molti promettono «rivolte del sistema», che prima o poi… arriveranno, illudendo migliaia di accoliti accorsi in Piazza San Facebook. Quelli più attivi da anni, hanno storie più affascinanti da raccontare. Certi sostengono di essere in un Grande Fratello governativo, a causa delle loro scomode scoperte fatte ai danni del «regime».

Altri garantiscono di essere sorvegliati speciali, pedinati da agenti col borsello su sfreccianti Suv neri. I più autorevoli siedono dietro cattedre virtuali, e privi di ogni base scientifica tengono lezioni di oncologia. La laurea, dopotutto, è roba da servi! Come abili incantatori di serpenti ipnotizzano chi è già ipnotizzato di suo. Scrosciano le pacche sulle spalle — nel web sono chiamate «like» —. Nei loro siti e sui social tengono un profilo tutt’altro che basso: in fin dei conti perché non sfoggiare l’erudizione del luminare? Però, come tutti i professionisti, anche loro hanno un prezzo.

Di cosa vivono?

La loro specialità è l’accattonaggio sul web, chiedendo ai propri iscritti raccolte di denaro. La motivazione varia a secondo dell’ambizione del fuffarolo. C’è chi chiede nuovi portatili, possibilmente 16 GB di ram: arma indispensabile per combattere una guerra via wireless. Altri accattonano aprendo collette per far fronte a degli esami chimici, svolti in qualche laboratorio di fiducia. Altri ancora richiedono l’acquisto di droni professionali allo scopo di «testare» l’aria, nel caso fosse contaminata da qualche agente chimico. Non si sa mai.

Come nel gioco delle tre carte, l’abilità del fuffarolo sta nel convincere che la carta che ha in mano è la vincente. Arrivati a questo punto si possono anche chiedere “aiuti” per sostenere spese legali. Casini giudiziari nei quali si sono ficcati loro stessi, dopo aver istigato alla rivolta dal divano di casa. I più innovativi “regalano” addirittura autografi di importanti piloti di Formula Uno. Sacrificati come martiri, agli occhi dei loro seguaci, salvano i loro ideali dalla verga di una Legge ingiusta che punisce chi non se lo merita. I ricercatori autonomi invece, quelli con un diploma tramutato in master, che sanno abbinare il colore della camicia a quello dei pantaloni, chiedono un “contributo”.

Chiamarla «colletta» sarebbe riduttivo, in nome della scienza. I loro appelli via web arrivano come campane in lontananza, lamentosi e irrequieti per non essere ascoltati come veri scienziati. Giustificano le loro richieste per importanti acquisti, come ad esempio microscopi professionali dal valore di migliaia di euro, ad “attrezzi da laboratorio” per ricerche indipendenti. Come non credergli? Peccato che i soldi che arriveranno sui loro conti faranno la fine degli occhiali a raggi x: accantonati in un cassetto, a dispetto di chi ha aderito e creduto alla richiesta di aiuto nel nome della ricerca. Ecco come vivono i venditori di fuffa. Truffando il prossimo.

Chi aderisce a queste raccolte fondi?

Credere in un complotto non bisogna per forza essere dei gonzi, credere però a un mare di idiozie… beh… qualche domanda sorge. Generalmente chi contribuisce a queste raccolte lo fa perché crede nel proprio santone, convinto che qualcosa possa cambiare in meglio. Un «qualcosa» che spesso gli è stato imposto dai propri fallimenti, ma che a forza di crederci è divenuto realtà. Un po’ quello che faceva Wanna Marchi con i suoi accoliti, convinti che il rametto che avevano lautamente pagato fosse magico e non reciso dalla pianta di edera dietro casa Marchi.

Ci chiediamo come nel 2020 si possa ancora credere ai fuffaroli del web. Come si può dare credibilità a una persona in quarantena da 30 anni, senza prima fare un ricerca sul suo conto? Come si può abboccare a chi afferma da dietro un monitor di sconfiggere i poteri forti e riportare l’agognata giustizia? Se proprio volete donare per combattere contro l’odiato sistema, donate con la formula soddisfatti o rimborsati.

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