Il disagio complottista, tra meme e immagini

Il disagio complottista, tra meme e immagini

Spopolano su Facebook sin dai suoi albori. La maggior parte delle immagini e dei meme incitano all’odio, manifestando un allarmante disagio nel mondo complottista

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All’inizio i meme erano familiari, alla buona e sapevano di pulito. Immagini innocue si rincorrevano come coriandoli tra i gruppi e le bacheche, con temi piacevoli e a volte piccanti. E poi c’erano le foto e i meme dei gatti. Moltissimi gatti. Tutti accompagnati da frasi puccettose e pelosette. Poi la trasformazione esaltante dell’odio ha modificato un nostalgico analogico rimpiazzandolo con il freddo digitale. La qualità si è deteriorata e con l’andare del tempo il disagio complottista ha sopraffatto quel sapore di quotidianità che ci trovavamo sulle nostre bacheche, generando meme pericolosi.

Un odio assopito

Il gusto semplice dello zucchero ha lasciato il posto all’ascorbica acidità della frustrazione, esacerbando l’estremo bisogno di sentirsi a tutti i costi fuori dagli schemi. L’analfabetismo del dopoguerra si è addolcito in rete, diventando «funzionale». Quando ce ne siamo accorti il vaso dell’odio si era ormai rotto. Il disprezzo verso il prossimo si era già riversato sui social. Gruppi di guerrieri in pantofole hanno tinteggiato di disagio le bacheche del loro mondo complottista, fatto di meme fake in Italy.

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Novax vestiti come prigionieri ebrei di un campo nazista. Per loro paragonare un vaccino alla shoah è consuetudine

A farne le spese è sempre il buongusto; calpestato da chi è convinto che per essere dalla parte dei giusti bisogna colpire con vigore, con immagini frustranti e frasi kubrichiane. Paragoni assurdi che mettono sullo stesso piano un genocidio di «razza» con una prevenzione sanitaria, sono ormai divenuti normalità. I protagonisti nelle foto lanciate come palline impazzite hanno volti comuni, deturpati dal seme dell’autocelebrazione complottista, vittime ignare di quel disagio assopito per anni ma risvegliato dal richiamo della jungla facebookiana.

Il meme: strumento di propaganda complottista

L’indice ergonomico da tastiera di chi è convinto di essere la reincarnazione di Guy Fawkes lancia messaggi privi di forma. Un connubio di ecofascismo new-age e sessismo a 8 denari addolcito dalle emoticon, viaggia sul codice binario. Così senza volerlo siamo scivolati nella pochezza dei numeri ultimi. Di quelli che denigrano i morti e maledicono i vivi, in un una normalità ormai casalinga come la crostata di mele. Ed ecco che i piccoli rettangoli virtuali che abbiamo chiamato «meme» cambiano, e da innocui francobolli diventano strumento di propaganda con lo scopo di informare il prossimo del pericolo imminente.

In questo modo la disinformazione complottista viene spedita via meme da un ufficio postale perso nell’etere, tra disagio e rabbia. A condividere, linkare e commentare questi piccoli capolavori perversi sono utenti troppo pigri per non diventare complici di questo terrorismo 2.0. Frasi delicate come asce si accompagnano a immagini forti. Dai quartier generali dei rivoltosi di peluche, smarriti dietro il fondo bianco dello schermo, vengono lanciati messaggi per l’agognata ribellione la quale porterà un cambiamento migliore. Tuttavia vedendo la qualità delle immagini possiamo stare tranquilli, dal momento che la storia ci insegna che per una rivolta bisogna avere un ideale.

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