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Fake news e ddl Zan, ecco come convivono

Fake news e ddl Zan, ecco come convivono

Si è parlato molto del ddl Zan, di utero in affitto e della minaccia alla libera espressione, ma come convivono le fake news e un disegno di legge?


Stando alle tante fake news che si rincorrono, secondo molte persone il ddl Zan sarebbe ufficialmente una minaccia alla libertà di parola e alla donna, in quanto si promuoverebbe la maternità surrogata. La proposta di legge però non include in nessun punto, paragrafo o articolo le parole di ‘utero in affitto o minacce alla libera espressione‘. Ciò dovrebbe essere sufficiente per concludere un articolo sul tema, ma sarebbe un approccio limitato. Tuttavia la libertà di espressione viene tutelata sia dall’articolo 21 della Costituzione, sia dal disegno di legge del 2005 (art 4). Lo stesso ddl salvaguardia anche il riconoscimento di genere, l’abilismo e l’orientamento sessuale fra i fattori di aggressione e violenza, rendendoli delle aggravanti.

Surrogazione di maternità

La maternità surrogata è una pratica in cui la gravidanza non viene sostenuta da uno dei due membri della coppia, ma da una terza persona. Questa viene retribuita secondo contratto sottoscritto davanti a un giudice (normativa statunitense) e deve rientrare in certe condizioni. Questa è una scelta che affrontano in prevalenza coppie eterosessuali, come ad esempio Nicole Kidman o Kim Kardashian. La media di coloro che ricorrono alla surrogazione di maternità è di 7 casi su 10.

Quindi, perché associare questa scelta di concepimento alla legge che punisce le aggressioni (articolo 604-bis e 604-ter del codice penale)? Perché premere sul tasto della maternità quando si parla di tutt’altro, creando una notizia falsa? Le fake news si diffondono seguendo quasi sempre due filoni principali: psicologia ed economia. Nel caso del ddl Zan non si applica il filone economico perché la normativa non prevede ulteriori spese dello Stato. Quindi non ci sono spunti per distorcere i fatti. Esaminando il filone psicologico si evidenzia che l’Italia è un Paese in cui è preponderante la cultura cattolica e conservatrice — malgrado la laicità proclamata dalla Costituzione. Questo aspetto fa sì che le notizie false trovino terreno fertile attraverso i social network.  

Social e fake come convivono e perché funzionano bene insieme?

fake news ddl zan

I social network hanno un lato oscuro: sono «manipolabili», così come le persone che questi contenuti li subiscono. Grazie alle troll farm — fabbriche di notizie false rilanciate da una serie di profili fasulli, semivuoti o automatizzati — una persona si trova bombardata da informazioni e input apparentemente allarmistici. Ce n’è un’enorme quantità e un contatto può misteriosamente iniziare a suggerire link manipolati ad hoc dalla propria bacheca. Oppure si compra in modo massivo la pubblicità affinché compaiano il più possibile sino a quando uno ci clicca sopra, scoperchiando in questo modo il vaso di Pandora.

Come mai una persona dovrebbe contare sul primo input fornito da un casuale contatto?

Concorrono il bias di conferma, ovvero: un contenuto che ti dice che fai bene ad aver paura e promette di rispondere alle tue domande. Sono anche complici la velocità con cui si consumano le informazioni via smartphone, la mancanza di contraddittorio e l’ambigua rete di ripetitori che si scopre già a una superficiale occhiata. In un social network si crea l’effetto, dopo una sufficiente permanenza, della echo chamber, cioè la cassa di risonanza nel quale l’algoritmo del social in cui si naviga ci fa entrare in contatto con persone che parlano come noi, pensano come noi e ci propongono conseguentemente informazioni su quella falsariga costantemente.

Caso noto è il giocatore NBA Kyrie Irving, il quale dichiarò di aver creduto al terrapiattismo, dopo aver consumato molti video su YouTube, per poi scusarsi sulle possibili conseguenze. Le fake news, come ad esempio quelle nate riguardo il ddl Zan, hanno bisogno di un sito giornalistico a supporto che dia legittimità alla notizia rilanciata da un primo personaggio (solitamente di profilo estremista e aggressivo), poi ripresa da un altro di ideologia comune il quale ha un profilo carismatico, paternalistico nel linguaggio e con una grande piattaforma. Così le persone raggiunte dall’algoritmo e dal gioco del poliziotto buono e cattivo subiscono una notizia senza filtri o difese.

Le ricerche indicano che credere a una notizia falsa non è connesso a fattori di censo, età o istruzione, bensì al mancato allenamento di ragionamenti critici e al confronto. La navigazione online richiede attenzione e scrupolo quando le fake news, invece, toccano l’emotività, la frustrazione, il senso di abbandono o la povertà. In questo modo manipolano la realtà, aiutate dalla tecnologia che impone nuovi tempi e nuove forme di fruizione dell’informazione.

La minaccia social e quella fantasma: il gender

Quindi, dopo aver capito come funzionano le fake news ci chiediamo quale minaccia insita nel disegno di legge Zan abbia attivato per l’ennesima volta questo meccanismo perfetto, nella sua perversione. Nella proposta Zan sono inseriti progetti di educazione all’identità di genere e inclusivi, che le notizie raccontano come «gender». Il gender è una teoria cospirazionista che in un unico racconto accomuna pedofilia, omosessualità, educazione sessuale, violenza e commercio di bambini.

Quale terrore potrebbe essere più sacro del violare la purezza dei più piccoli, per ogni genitore? Quale terrore potrebbe essere più profondo di un presunto commercio di bambini?

Ddl Zan e fake news

Questa teoria priva di fondamento, diffusa dagli organi dell’Opus Dei per proteggere le ideologie conservatrici dagli studi di genere — che smontano i principali assunti sessisti e violenti relativi alla figura femminile, la maternità e l’omosessualità — viene tutt’ora propalata dall’informazione social. Questa fake news causa ulteriore rumore attorno a un ddl come quello Zan, il quale non consente nessun crimine. Anzi andrebbe a tutelare comunità da troppo tempo prese di mira da una macchina discriminatoria aggressiva e pericolosa che cerca di distogliere lo sguardo del pubblico dalla realtà.

Possiamo quindi imparare da questa ennesima bufala. Parlare di ciò che non esiste e non succede, è distrazione o paura. Queste due sono armi che possiamo disinnescare attraverso la consapevolezza, che è il primo compito educativo verso noi stessi. L’inclusione e la tutela di altri non devono più essere fantasmi che ci perseguitano, bensì richieste di rispetto e tutela. Siamo in un Paese non ancora pronto ad accettare culturalmente l’omolesbobitransfobia, la misoginia e l’abilismo come tragedie, per cui ogni anno sacrifichiamo tante vite umane che ci permettiamo di annullare dall’alto dell’arrogante pretesa di giudicare chi sia normale, vero, giusto o sbagliato. Motivati dal solo essere in maggioranza a ripetere delle bugie violente e pericolose.



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