Green Boots e la Bella Addormentata: gli scalatori congelati sull’Everest

Green Boots e la Bella Addormentata: gli scalatori congelati sull’Everest

Da quando Tenzing e Hillary conquistarono l’Everest nel 1953, la montagna è stata scalata da più di 4.000 persone. Purtroppo i corpi di molti scalatori sono ancora lì, congelati sull’Everest ed esposti come un macabro museo

Hillary e Tenzing nel 1953

Zone di guerra a parte, le alte montagne sono gli unici luoghi sulla Terra in cui è abbastanza facile incontrare resti umani esposti, come ad esempio sull’Everest in cui lungo l’ascesa si incontrano i corpi congelati di scalatori morti. Per rendere l’idea, citiamo un un commento di Ed Viesturs, uno tra i pochi alpinisti al mondo ad aver scalato tutti i 14 “ottomila”:

“Cammini, è una bella giornata, e all’improvviso c’è qualcuno lì. È come un campanello d’allarme”

Scalatori congelati sull’Everest

Probabilmente il più famoso tra questi scalatori congelati sull’Everest è quello chiamato Green Boots (scarponi verdi). Come se stesse facendo un pisolino, l’alpinista giace su un fianco all’ombra protettiva di una roccia a strapiombo, come una specie di piccola grotta. Ha il piumino rosso tirato su, attorno al viso, e le braccia stringono il busto come per proteggersi dal vento pungente e dal freddo che durante la notte arriva a molti gradi sotto lo zero. Le sue gambe si allungano nel sentiero, costringendo gli scalatori a scavalcare con cautela i suoi scarponi da arrampicata verde fluorescente, gli stessi che gli hanno dato il suo soprannome di Green Boots.

Purtroppo il suo corpo è diventato un punto di riferimento per gli alpinisti intenti a scalare la cresta nord-est dell’Everest. Il suo volto, tagliato dal gelo, ha reso impossibile l’identificazione, tuttavia si ritiene che possa trattarsi di Tsewang Paljor il quale indossava quegli scarponi il giorno dell’ascesa al gigante bianco. Gli stessi scarponi però li indossava anche Dorje Morup, ma le testimonianze sembrano propendere per il giovane Paljor che all’epoca era ufficiale della polizia di frontiera indo-tibetana che nel maggio 1996 prese parte con alcuni colleghi e tre sherpa a una spedizione. La loro non fu solo una scalata, bensì un gesto patriottico dal momento che quella spedizione sulla via est, avrebbe portato in vetta il primo gruppo di alpinisti indiani.

scalatori congelati sull'Everest
Tsewang Paljor

Fu il comandante Mohinder Singh — guida della squadra — che selezionò Paljor, mettendolo nella prima squadra di attacco alla vetta. Insieme a loro, i compagni di scalata Tsewang Smanla e Dorje Morup, e al vice leader Harbhajan Singh. Quest’ultimo era fiducioso nelle capacità di Paljor, Morup e Smanla, reputando i tre dei robusti montanari del Ladakh, esperti di scalate.

Una partenza ritardata

I problemi iniziarono la mattina del 10 maggio, quando la squadra partì dal campo base solo alle otto di mattina. Data l’ora estremamente tarda per la partenza (di solito avviene verso le tre del mattino), il gruppo decise di spostarsi più in alto sulla montagna. Lo scopo era di fissare le corde piuttosto che tentare la vetta, evitando in questo modo di dover attraversare al buio la Death Zone, l’area sopra gli 8.000 m dove spesso gli scalatori perdono la vita a causa del poco ossigeno.

Alle quattordici e trenta la squadra aveva già compiuto notevoli progressi, ma il vento aumentò. Il comandante Singh diede alla squadra l’ordine rigoroso di tornare indietro non più tardi delle quindici al che Harbhajan Singh, semi congelato, fu obbligato a tornare indietro mentre Smanla, Paljor e Morup continuarono a salire.

Una decisione azzardata

Alle quindici Mohinder Singh, in attesa di notizie dal campo base avanzato, ricevette una chiamata da Smanla:

“Signore, ci stiamo dirigendo verso la cima”.

Il comandante inorridì:

“Oh no! Il tempo è molto instabile, tornate indietro: non siate troppo sicuri di voi stessi. Per favore scendete, il sole sta per tramontare”.

In quel momento la radio si spense. Fu solo dopo le diciassette che Singh ebbe nuove notizie dai suoi uomini. Smanla gli annunciò di essere in piedi sulla vetta. L’entusiasmo al campo fu grande, ma durò poco. Il vento, che nel frattempo aveva continuato a soffiare, peggiorò costantemente e si trasformò in una tremenda bufera di neve: letale a quell’altitudine.

scalatori congelati sull'Everest
Il comandante Mohinder Singh, nel 2015

Alle venti il comandante decise di chiedere aiuto a Hiroshi Hanada ed Eisuke Shigekawa, membri di una spedizione nipponica i quali avevano in programma di partire l’indomani mattina. Utilizzando come interprete uno sherpa, Singh informò il leader della spedizione giapponese il quale comprendendo la situazione disse a Singh che avrebbe fatto il possibile per accertarsi delle condizioni fisiche di Smanla, Paljor e Morup.

Versioni contraddittorie

Al mattino la tempesta cessò e la cordata giapponese fu in grado di partire per la vetta. Alle nove il capo spedizione nipponico informò Singh di aver incontrato i tre alpinisti indiani. Non si fermò a prestare loro soccorso. La squadra giapponese successivamente contesterà questa versione degli eventi. Le accuse infondate mosse contro di loro furono interamente imperniate su informazioni errate e unilaterali. Tornati in Giappone tennero una conferenza stampa e pubblicarono un rapporto ufficiale, affermando di non sapere che gli alpinisti indiani fossero in difficoltà. Il giovane ufficiale Tsewang Paljor verrà trovato in seguito, rannicchiato in una specie di piccola grotta.

La grotta della morte

Nel 2006 la piccola grotta in cui morì Green Boots risuonò alle cronache, dal momento che vi fu ritrovato l’alpinista inglese David Sharp, rannicchiato all’interno, prossimo alla morte. La storia fu ampiamente diffusa dai media, i quali affermarono che circa 40 alpinisti passarono davanti a Sharp senza offrirgli aiuto. È probabile che la maggior parte degli scalatori non lo abbia notato, altri invece pensarono che stesse semplicemente riposando.

Costi esorbitanti per recuperare gli scalatori congelati sull’Everest

Purtroppo restituire un corpo alla famiglia da quelle cime costa migliaia di dollari. Oltretutto richiede lo sforzo di sei/otto sherpa, mettendo potenzialmente in pericolo la vita di questi uomini.

“Anche raccogliere un involucro di caramelle in cima alla montagna è un grande sforzo, perché è completamente congelato e devi scavare intorno. Un cadavere che normalmente pesa 80 kg potrebbe pesarne 150 se congelato e rimosso con il ghiaccio circostante attaccato”.

Citazione di Ang Tshering Sherpa, presidente della Nepal Mountaineering Association.

Per evitare ciò, i resti vengono solitamente “affidati” alla montagna. Vengono cioè rispettosamente spinti in un crepaccio o giù da un ripido pendio, fuori dalla vista degli alpinisti, in una sorta di sepoltura della montagna. Quando possibile vengono anche ricoperti da rocce, formando un tumulo funerario solito alla religione tibetana degli sherpa. Come detto prima, non sempre è possibile vista l’aria rarefatta, la poca lucidità e le forze stremate di chi arriva a quell’altezza.

La Bella Addormentata

Un altro corpo rimasto congelato lunghi anni sull’Everest, è quello dell’alpinista americana Francys Distefano-Arsentiev. Il corpo defunto della donna è chiamato La Bella Addormentata. Nel 1998 la scalatrice di livello mondiale decise di essere la prima donna a scalare la montagna, senza bombole di ossigeno. Il 22 maggio, dopo aver raggiunto il suo obiettivo insieme al marito Sergei, qualcosa andò storto durante la discesa. I due si videro costretti a passare la notte nella Death Zone. La mattina seguente Sergei, cercando di soccorrere la moglie, subì una caduta fatale. Alle cinque di mattina gli scalatori Ian Woodall e Cathy O’Dowd si imbatterono nel corpo della donna, semi congelata. I due rinunciarono a conquistare la vetta per rimanere con lei, finché non furono costretti a scendere per la loro sicurezza.

scalatori congelati sull'Everest
Francys Di Stefano-Arsentiev

Nel 2007 Woodall, ossessionato dalla sua incapacità di salvarla e profondamente infastidito dal fatto che il corpo della donna fosse diventato un punto di riferimento, tornò sull’Everest appositamente per rimuovere il corpo di Francys dalla vista degli alpinisti. Con l’aiuto di Phuri Sherpa, salì fino al punto in cui trovò il corpo della scalatrice. Dopo qualche tentativo riuscì a calarlo in un crepaccio, probabilmente nello stesso posto in cui morì Sergei, il marito della donna.

È stata la cosa più difficile che abbia mai fatto, molto più difficile che andare in vetta. Ma mi sono sentito abbastanza forte da togliermi questo peso e fare qualcosa per lei”.

Disse Woodall

E il corpo di Green Boots?

Alla notizia dell’impresa di Woodall, Thinley — fratello di Tsewang Paljor —, monaco buddista, decise di chiedere la rimozione del corpo, ma il costo elevato di circa 70.000 dollari lo costrinse a desistere. Nel maggio 2014 l’alpinista Noel Hanna scoprì non solo che la grotta di Green Boots era vuota, ma anche che molti degli scalatori congelati sull’Everest lato nord (un tratto del quale è indicato come “valle dell’arcobaleno” a causa dei piumini colorati indossati dagli alpinisti caduti) sembrarono svaniti.

Hanna sospettò che a spostare i morti potrebbero essere stati gli alpinisti delle cordate della Chinese Tibetan Mountaineering Association e la Chinese Mountaineering Association. Questa notizia colse di sorpresa il monaco Thinley, il quale affermò di non avere saputo niente della rimozione dei cadaveri, ma di essere comunque molto sollevato che il corpo di suo fratello fosse stato rimosso dalla vista.

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