Il Diavolo in Oltrepò: sette sataniche e messe nere in una chiesa sconsacrata

Il Diavolo in Oltrepò: sette sataniche e messe nere in una chiesa sconsacrata

Venticinque anni fa la morte misteriosa di un giovane dell’Oltrepò Pavese fa emergere un oscuro scenario fatto di sette sataniche e messe nere.

Un ragazzo semplice

Ripercorriamo la storia misteriosa di un giovane dell’Oltrepò Pavese, una vicenda che fa emergere un oscuro scenario fatto di sette sataniche e messe nere.

Fabio Rapalli
Fabio Rapalli

È la mattina presto del 19 maggio 1996. Fabio Rapalli, un giovane di trentun anni, esce dalla sua casa di Costa Montefedele, frazione di Montù Beccaria nell’Oltrepò Pavese. Fabio lavora nell’impresa edile del padre, vive con i familiari: è un ragazzo semplice, un po’ chiuso e solitario. Non ha mai dimostrato interessi per l’esoterismo o per le sette sataniche. Unica passione la sua moto Aprilia Pegaso, con la quale comunque si limita a girare nei dintorni senza fare grandi percorsi.

Fabio, con la sua moto, scende a Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza. Un amico lo incontra al mercato del paese verso le otto e trenta del mattino, scambiano qualche parola, poi Fabio risale in sella e si allontana.

Nessuno lo vedrà più vivo.

Prime ricerche

Quando Fabio non torna a casa per pranzo i familiari si allarmano; cominciano a cercarlo in paese, poi scendono a Castel San Giovanni, chiedono agli amici, quindi sporgono denuncia di scomparsa.

Passa tutta l’estate senza notizie: nessuno ha visto né lui né la sua motocicletta. I familiari si rivolgono anche a Chi l’ha visto; viene a galla un episodio bizzarro.

Il percorso presunto di Fabio
Il viaggio (presunto) di Fabio

Tre giorni prima di scomparire, il giovedì 16 maggio, Fabio aveva preso la moto dicendo di voler andare al mercato di Castel San Giovanni. Per tutto il giorno era rimasto assente da casa, tornando la sera stanco e stravolto; alle ansiose domande dei familiari aveva risposto di essere andato a Genova, poi a La Spezia, il Passo della Cisa, Parma, Piacenza e infine Costa Montefedele. Perché fare un giro così lungo?

Un macabro ritrovamento

Ai primi di settembre 1996, nei boschi di Montelungo, al confine tra Toscana ed Emilia Romagna, due cacciatori di cinghiali fanno una macabra scoperta. Ai piedi di un albero giace un cadavere quasi mummificato, irriconoscibile, la testa staccata dal corpo. In alto penzola una corda con un nodo scorsoio.  Tutto attorno alcuni oggetti: una candela, un coltello da cucina con la lama conficcata nel terreno, due accendini, una busta porta patente vuota con la pubblicità di un’autoscuola di Stradella.

Vengono chiamati i carabinieri di Pontremoli che iniziano subito le indagini: in zona non è scomparso nessuno di recente, quindi si invia un fonogramma al comando di Stradella, e nasce la supposizione che potrebbe trattarsi proprio di Fabio Rapalli. Il calco dentale toglie ogni dubbio: si tratta del giovane scomparso quattro mesi prima.

Come è morto Fabio?

La presenza del cappio farebbe pensare a un suicidio per impiccagione, ma molti sono i dubbi. Prima di tutto, come avrebbe fatto a raggiungere quel bosco remoto in cui si avventurano soltanto i cacciatori del luogo? La sua moto non c’è: la perlustrazione dei carabinieri non dà risultato.

Il padre di Fabio si reca sul posto con gli operai della sua impresa, passano una giornata intera a battere palmo a palmo la boscaglia, senza trovare niente.

Il cappio è attaccato a un ramo molto alto, quasi impossibile da raggiungere da soli. Per di più, a detta di amici e parenti, Fabio non riusciva a fare neanche il più semplice nodo, tanto da portare sempre scarpe a mocassino perché faticava ad allacciarsi le stringhe.

Il nodo, invece, è fatto a regola d’arte.

Altra stranezza: l’autopsia rivela che la morte del giovane risalirebbe ai primi di luglio: dove è stato e cosa ha fatto Fabio in quei quaranta, cinquanta giorni?

La moto ricompare

Il due novembre altro mistero: i carabinieri ritrovano la moto di Fabio e il suo casco. Gli oggetti sono privi di ruggine, e il luogo del ritrovamento è stato percorso più e più volte sia dalle forze dell’ordine che dal padre con gli operai. Qualcuno deve averli portati lì in seguito. Chi, non si sa.

Fabio viene sepolto. Nel giugno del 1997, poco più di un anno dopo la sua scomparsa, sulla sua lapide qualcuno disegna una forca a tre punte e scrive “SIAMO NOI”. Una sciocca bravata… o altro?

Terribile suicidio

La mattina del 25 novembre 1998, nello stesso bosco di Montelungo, viene trovato un altro cadavere. Si tratta di Roberto Bossi, trentunenne camionista di Castel San Giovanni, che si è suicidato in modo atroce ingerendo soda caustica. A detta dei familiari Roberto, un tempo allegro e ottimista, da un paio d’anni aveva drasticamente cambiato carattere diventando chiuso e taciturno e si era messo a frequentare assiduamente le chiese.

Alle famiglie non risulta che i due giovani si conoscessero, invece le indagini dei carabinieri dicono il contrario: Fabio e Roberto si frequentavano anche se non apertamente.

La Chiesa degli Appestati e le messe nere

La Chiesta degli Appestati (foto di Massimo Mazzoni)
La Chiesa degli Appestati (foto Massimo Mazzoni)

Il tempo passa: i carabinieri individuano una chiesa sconsacrata di Borgotrebbia, vicino al casello di Piacenza Ovest: la Chiesa degli Appestati.

È stata costruita dopo la peste del 1630 per ospitare nella cripta le vittime del morbo (pare addirittura i due terzi della popolazione di Piacenza), poi per problemi di statica è stata abbandonata e sconsacrata. I carabinieri trovano la porta sfondata, ossa umane sparse ovunque, scritte e segni che indicano la celebrazione di messe nere.

Indagini a tutto campo sulle sette sataniche e le messe nere

Nel 2000 i carabinieri interrogano decine di persone, abitanti nel Pavese e nel Piacentino, sospettati di appartenere alla setta che avrebbe profanato la chiesa. In particolare ci si concentra su Carlo S., un sessantaduenne piacentino, insospettabile e colto, di posizione sociale elevata. In casa dell’uomo viene sequestrato un flacone di soda caustica della stessa marca di quella impiegata da Roberto Bossi per suicidarsi: un prodotto che da tempo non è più in commercio.

La supposizione è che Fabio e Roberto siano entrati in contatto con questo personaggio e che il giovane pavese sia morto durante un “rito di iniziazione” che consisteva in una falsa impiccagione, andata oltre le intenzioni: Roberto avrebbe assistito alla morte dell’amico e, roso dal rimorso per non essere intervenuto, si sarebbe poi suicidato.

Mario Maccione
Pietro Guerrieri

Nel 2008 Pietro Guerrieri, detto Wedra, in carcere per i delitti delle “Bestie di Satana”, rilascia un’intervista al Tg5 nella quale dice che «c’erano stati numerosi omicidi mascherati da suicidi e che si recarono anche nel bosco di Pontremoli». Sarà vero?

Nel 2011 i familiari di Rapalli incaricano due investigatori, Luca Venturini e Fabio Ghini, di approfondire le indagini sulla misteriosa fine del loro congiunto. Non sappiamo se ci siano ancora stati risultati concreti.

Due morti misteriose

Sono passati venticinque anni dalla morte di Fabio Rapalli, ventitré da quella di Roberto Bossi. Due giovani che, forse, per semplice curiosità, sono entrati in qualcosa di più grande di loro venendo inghiottiti da un rito sconsiderato, svelando un misterioso scenario dell’Oltrepò Pavese fatto di sette sataniche e messe nere.

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