Il giallo del canotto dalle vele rosse

Il giallo del canotto dalle vele rosse

Una gita in mare, un naufragio, un cadavere. Che cosa è successo sul canotto dalle vele rosse? Che fine ha fatto Alain Sabouraud, e come è morta Irène Caravaniez?

E’ la sera di domenica 17 agosto 1931 quando un’auto cabriolet si ferma davanti all’Hotel “Riva Bella” di Cap Martin, tra Mentone e Montecarlo. Ne scendono un giovanotto e una ragazza che chiedono una stanza per la notte, firmando il registro come Monsieur e Madame Sabouraud. Inizia così il giallo del canotto dalla vele rosse.

Un’auto cabriolet come quella di Sabouraud

L’indomani, a pranzo, M. Sabouraud chiede di spedire i suoi bagagli presso un hotel di Calvi, in Corsica, dicendo al padrone dell’Hotel: “L’anno scorso siamo andati in canotto fino a Sanremo: quest’anno faremo di meglio!”

Sabouraud trattiene solamente una valigetta e uno strano, ingombrante involto: un canotto smontabile. Quindi, dopo aver pagato il conto, i due ripartono alla volta di Monaco.

inizia l’avventura del canotto con le vele rosse

Appena arrivati nella capitale del Principato vanno subito al porto a cercare un pescatore, Adolphe Verna, che aveva affittato loro una canoa l’anno precedente, e si fanno accompagnare per una gita in barca. Mentre navigano Sabouraud dice: “Domani io e mia moglie partiamo per la Corsica a bordo di un canotto; se ci riusciamo, diventeremo famosi come Alain Gerbault (un navigatore solitario che nel 1929 aveva concluso il giro del mondo in barca a vela), saremo i primi a fare la traversata con questo tipo di barca!”. Il pescatore osserva che si tratta di un programma pericoloso: c’erano correnti che facilmente potevano portare alla deriva un natante così leggero, ma Sabouraud alza le spalle: “Siamo allenati, non si preoccupi!”

canotto vele rosse
Il pescatore Adolphe Verna

Intoppi burocratici

Per avere una pezza d’appoggio che attesti l’ora della sua partenza da Monaco, in vista del record che spera di ottenere, Sabouraud si reca alla Capitaneria di Porto a chiedere un visto; ma questo, malgrado le sue insistenze, gli viene negato, per la fragilità della sua imbarcazione. Il giovane allora finge di arrendersi: sarebbe andato solamente fino a Sanremo, costeggiando la riva. Gli viene quindi apposto un timbro sul suo taccuino, e Sabouraud torna all’hotel, dove monta il canotto ricoverandolo poi in un garage.

Si tratta di una specie di canoa, fatta con un telaio di legno smontabile coperto di tela gommata. Lungo i bordi corrono due camere d’aria per dare stabilità: inoltre, a prua e a poppa, ci sono due piccoli carabottini per riporre cibo e altre cose. Il canotto è dotato di due alberi con vele rosse che si possono manovrare ma non ammainare, e di un piccolo motore per le emergenze.

Il canotto

Si parte!

Finalmente, alle cinque del mattino di mercoledì 20 agosto, i due giovani si incontrano sul molo di Monaco col pescatore Verna, che cerca ancora di farli desistere, senza risultato. Sabouraud indossa pantaloni e una maglietta a righe alla marinara, la donna un elegante pigiama da spiaggia di seta rossa. Sul canotto si caricano venti litri d’acqua, cibi in scatola, frutta, provviste per tre o quattro giorni al massimo. Verna mette in moto la sua barca e traina il canotto al largo, oltre il promontorio di Pointe-Vieille, dove i due lo salutano e si allontanano a vele spiegate. Adolphe Verna sarà l’ultima persona a vederli vivi.

Due giovani sportivi e avventurosi, chi sono questi temerari?

canotto vele rosse
Alain Sabouraud

Il giovane si chiama Alain Sabouraud, ventiseienne figlio di un celebre medico parigino. Vive a Parigi per conto suo e lavora come rappresentante dell’azienda costruttrice di quei canotti smontabili: è un giovanottone sportivo e attivo, amante del nuoto e della vela. Ha conosciuto qualche anno prima Irène Caravaniez, una ragazza di origine bretone che vive a Parigi dove lavora come modellista in una famosa casa di mode. Non bella, ma molto elegante e distinta, anche Irène è amante dello sport e dell’avventura, e l’amicizia tra i due non tarda a trasformarsi in una relazione vera e propria.

Dopo la navigazione da Monaco a Sanremo dell’estate 1930, di cui ha parlato al pescatore Verna, Alain decide di cimentarsi in un’impresa ben più difficile che gli avrebbe dato la fama: la traversata fino alla Corsica.

canotto vele rosse
Irène Caravaniez

Prime inquietudini

Passano tre giorni. Un amico di Alain, Monsieur Fermé, a cui Alain aveva spedito da Monaco un telegramma annunciando le sue intenzioni, comincia a insospettirsi non ricevendo più notizie, e telefona ai familiari. Questi cadono dalle nuvole: Alain aveva detto loro che sarebbe andato in Corsica, sì, ma imbarcandosi sul traghetto, portando con sé il canotto col quale avrebbe poi costeggiato le rive dell’isola.

Jacques, fratello di Alain, si precipita quindi a Montecarlo per cercare informazioni: la polizia francese trova l’albergo di Calvi al quale sono stati spediti i bagagli, regolarmente ricevuti e conservati. Iniziano le ricerche, ma è come trovare un ago in un pagliaio. Nel frattempo una burrasca infuria sull’alto Tirreno: si teme che la leggera imbarcazione sia colata a picco.

Il tragico ritrovamento del canotto con le vele rosse

Finalmente, la notte del 24 agosto, il peschereccio La Vigilante avvista un canotto che vaga alla deriva, inclinato su di un lato, con una delle vele rosse a pelo d’acqua. Dal bordo più alto pende una gamba femminile. Avvicinandosi i pescatori vedono il cadavere seminudo di una donna, che indossa solamente una giacca di seta rossa e nient’altro. La donna sembra incastrata con il torso e la testa sotto il carabottino di poppa. Sul collo ha una piccola ferita.

Il peschereccio rimorchia l’imbarcazione a La Spezia. A bordo ci sono ancora dei viveri, una bussola, un portolano della Corsica, una borsetta da donna contenente parecchie fotografie e un passaporto dove si legge ancora un nome: Irène Caravaniez. Di Alain Sabouraud nessuna traccia.

La traversata, cominciata come un romanzo d’avventura, termina in un tragico enigma.

canotto vele rosse

Come è morta Irène?

Le prime constatazioni sul cadavere di Irène sono superficiali e dettate soprattutto dall’emozione del ritrovamento. Un medico del luogo asserisce che la piccola ferita al collo è stata prodotta da un’arma da fuoco, si dice che la donna sia morta di fame, che sia stata ritrovata legata al canotto. Le ipotesi più romanzesche si avvicendano.

Siccome nella borsetta di Irène c’è qualche foto che la ritrae insieme con un altro giovanotto, si suppone che Alain le abbia scoperte e, folle di gelosia, abbia ucciso l’amante con un colpo di pistola, per poi suicidarsi per il rimorso, gettandosi in mare.

Ma perché la donna avrebbe dovuto portare con sé quelle foto? Inoltre Jacques Sabouraud conferma che la relazione tra suo fratello e Irène, per quanto appassionata, era molto aperta e ciascuno dei due aveva avuto altri flirt senza che l’altro se ne impensierisse.

Ipotesi da romanzo

Un’altra teoria, ancora più romanzesca, è che Irène fosse incinta e Alain, non volendo prendersi responsabilità, abbia organizzato una diabolica macchinazione per liberarsi di lei durante la traversata. Qualcosa poi è andato storto e l’uomo è caduto, o si è gettato, in mare.

Si parla addirittura di un abbordaggio da parte di pirati. I due giovani sono arrivati a Monaco con una bella automobile, sono scesi in un buon albergo, non hanno fatto mistero delle loro intenzioni: qualche malintenzionato può averli spiati e abbordati in mezzo al mare, in pieno stile salgariano.

In questo caso, però, perché lasciare il cadavere della donna a bordo e non gettarlo in mare? Per di più al dito di Irène è stato trovato un anello di platino con una pietra preziosa, che dei pirati non le avrebbero sicuramente lasciato indosso.

La realtà è più prosaica

L’autopsia di Irène pone fine a queste illazioni. Il professor Pardi, che se ne era incaricato presso la Clinica Universitaria di Pisa, dice: “L’autopsia del cadavere di Mademoiselle Caravaniez non ha rivelato niente di anormale, e io concludo che si tratti di morte naturale. Non parliamo più di colpi di pistola, per favore: la ferita riscontrata sul collo è puramente superficiale, interessando soltanto il derma, ed è probabilmente stata prodotta da un urto contro il legno del canotto”.

Anche il giudice istruttore Sclafani si esprime in questo senso: “Il cadavere non era assolutamente legato al fondo dell’imbarcazione. I cordami caduti sulla vittima nel corso della burrasca hanno dato questa impressione. Probabilmente, un colpo di mare ha fatto cadere in acqua il Sabouraud, che teneva il timone, e Mademoiselle Caravaniez si è spinta a poppa nel tentativo di manovrare il canotto per tornare a riva, morendo per una sincope causata dal terrore di vedersi sola e alla deriva nella tempesta”.

Così si chiude il “giallo del canotto dalle vele rosse”, uno dei misteri del mare più intriganti. Quale fu veramente la sorte di Alain Sabouraud, e come morì la sua amante? Nessuno lo saprà mai.

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