Jimmy’s World: una storia inventata

Jimmy’s World: una storia inventata

Nel 1980 una giovane giornalista vinse il prestigioso premio Pulitzer con una storia che si rivelò del tutto inventata

una storia inventata

Il 28 settembre 1980 sulla prima pagina dell’importante quotidiano americano Washington Post appare un articolo intitolato Jimmy’s World. È una storia cruda. Un pugno nello stomaco perché parla di un bambino di 8 anni — Jimmy appunto —, dell’ambiente in cui vive e delle sue condizioni di eroinomane. Nessuno però immagina che quel triste racconto è una storia inventata: ennesimo caso di come l’etica giornalistica venga spesso a mancare.

Inferno in terra

La storia inizia descrivendo la casa di Jimmy a Washington la quale, per quanto arredata in modo confortevole, è un inferno. Il patrigno del ragazzino spaccia eroina in salotto. I drogati che vanno da lui poi se la iniettano in cucina e vanno a smaltirla in camera da letto. Anche la nonna del piccolo Jimmy è tossicodipendente. La mamma lo ha avuto per caso, dal padrigno, e quando il bimbo nasce lei non gli da neppure un nome. Dopo la nascita di Jimmy, anche lei diventa tossicodipendente.

I conoscenti, quanto riporta l’articolo, descrivono il bambino come

“Un ragazzino precoce con i capelli color sabbia e occhi marroni vellutati. La pelle delle braccia sottili è costellata dai segni degli aghi come da lentiggini”.

Ron, il patrigno di Jimmy, rivela che a cinque anni il bambino era già curioso di sapere cosa facessero tutte quelle persone in casa sua. Ed è proprio Ron che inietta la prima dose di droga a Jimmy, facendolo diventare tossicodipendente in meno di sei mesi.

Una situazione terribile

La madre di Jimmy lascia fare. Si giustifica dicendo che:

Non mi piace molto vederlo intripparsi, ma penso che tanto un giorno ci sarebbe finito comunque. Tutti lo fanno. Quando vivi nel ghetto, è tutta una questione di sopravvivenza. Se vorrà scappare da tutto quando sarà più grande, OK. Ma in questo momento, le cose per noi vanno meglio di quanto non siano mai andate… La droga e la gente di colore vanno d’accordo.

Ovviamente Jimmy va a scuola solo occasionalmente. Gli interessa soltanto la matematica, perché sa che gli servirà quando entrerà anche lui nel business dello spaccio di sostanze stupefacenti come Ron. Verso la fine dell’intervista Jimmy, prima tranquillo e rilassato, comincia ad agitarsi e ad assumere atteggiamenti strani: sta andando in astinenza. A questo punto Ron torna in soggiorno con una siringa in mano, inietta al bambino una dose di eroina e gli dice: «Molto presto, dovrai imparare a fartela da solo».

Una giovane “rampante”

L’articolo è stato scritto da Janet Cooke, giornalista nata nel 1954 a Toledo, Ohio. Vanta un curriculum di tutto rispetto: laureata cum laude al prestigioso Vassar College e ha un master presso la Toledo University. Ha lavorato al Toledo Blade, un quotidiano storico della sua città, vincendo anche un premio di giornalismo. Ed è proprio il suo curriculum ad attirare l’attenzione di Ben Bradlee, leggenda del giornalismo americano, all’epoca executive editor del Washington Post. In quell’epoca i giornali iniziano ad aprirsi verso la diversità etnica nell’ambiante lavorativo e reclutare una donna di colore, con un grande talento, sarebbe un bel colpo.

Bradlee passa il curriculum a un altro grande giornalista, Bob Woodward (nel 1971, insieme a Carl Bernstein, smascherò lo scandalo Watergate). Woodward, visto il talento della donna, non vuole lasciarsela scappare e prima che il New York Times le faccia una proposta lui la assume. Janet entra quindi a far parte dell’importante redazione del Washington Post nel gennaio 1980. Solo nove mesi dopo pubblica il suo scoop.

L’articolo di quella storia inventata diventa virale

La storia di Jimmy diventa subito sensazionale — oggi diremmo “virale”. Nessuno immagina che quella storia triste è inventata, così l’articolo viene ristampato in tutto il Paese e dopo poco diffuso in tutto il mondo. Preso da profonda compassione il sindaco del District of Columbia, Marion Barry, chiama a raccolta la polizia e i servizi sociali affinché trovino il piccolo Jimmy e arrestino i suoi aguzzini. Nonostante ciò, in virtù del Primo Emendamento, il Washington Post difende la giornalista dall’obbligo di fornire informazioni riguardo a dove si trova il bambino. Per questa scelta il giornale viene pesantemente criticato, soprattutto dalla comunità afroamericana della città. Dove il giornalismo arrembante ha visto una storia di successo, scritta in modo brillante e con un profondo impatto sociale, i cittadini vedono soltanto un bambino bisognoso.

Ma… dov’è Jimmy?

La ricerca di Jimmy non dà frutti. Qualcuno addirittura comincia a mettere in dubbio la sua esistenza mentre altri giornalisti, dopo alcune brevi indagini, iniziano a vociferare che la storia sia stata inventata di sana pianta. Il sindaco Barry quindi, sotto pressione da parte dell’opinione pubblica, annuncia che il bambino è stato trovato ed è attualmente ricoverato in una clinica. Poco tempo dopo però arriva la notizia che Jimmy è deceduto. Vista la storia drammatica e il tam tam mediatico, Bob Woodward propone l’articolo di Janet Cooke per il premio Pulitzer. È il 13 aprile 1981 quando la Cooke con il suo pezzo “Jimmy’s World” vince l’ambito premio letterario. Oltretutto il comitato del Pulitzer è entusiasta sia della storia, sia della possibilità di assegnare per la prima volta il prestigioso premio a una donna afroamericana.

Iniziano i primi sospetti

Anche i dirigenti del Toledo Blade sono orgogliosi che una loro ex dipendente abbia raggiunto così in fretta le vette del giornalismo americano. Quando leggono la scheda biografica di Cooke pubblicata dal Washington Post però rimangono perplessi. Per quanto ne sanno loro, Cooke ha frequentato soltanto un anno al Vassar College laureandosi alla Toledo University, molto meno prestigiosa. Avvertono perciò la Associated Press che si affretta ad informare il direttore Woodward e Bradlee. Anche la direzione del Vassar College li contatta per avere spiegazioni. I due convocano immediatamente la Cooke, e per quasi undici ore la interrogano per sapere la verità. Alla fine, verso le due di notte, la ragazza crolla e ammette che l’articolo è una storia inventata.

La rivelazione di quella storia inventata

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L’ammissione di Janet Cooke

Il piccolo Jimmy non era mai esistito. Se lo era inventata — dichiara la Cooke —, per sollevare il problema della droga tra i giovanissimi nei ghetti. Idea lodevole, ma il mezzo è quanto mai discutibile.

Due giorni dopo l’assegnazione del premio Pulitzer, l’editore del Washington Post, Donald E. Graham, tiene una conferenza stampa ammettendo pubblicamente che la storia della Cooke era inventata. L’indomani con un’editoriale il giornale presenta le scuse e Woodward dice:

“Ci ho creduto, l’abbiamo pubblicato. Malgrado le domande ufficiali che abbiamo ricevuto siamo rimasti fedeli alla nostra redattrice. Anche nello staff del giornale ci siamo fatti delle domande riguardo le fonti anonime della storia. Penso che la decisione di nominare la storia per un Pulitzer abbia poca importanza. Sarebbe assurdo che io, o qualunque altro editor, dovesse controllare l’autenticità e l’accuratezza degli articoli proposti per il premio”.

Janet Cooke si dimette e restituisce il Pulitzer. A questo proposito, lo scrittore Gabriel García Márquez dice:

“Non è giusto darle il premio Pulitzer, ma meriterebbe il premio Nobel per la letteratura”.

Conclusione

Nel gennaio 1982 la Cooke prende parte al famosissimo show televisivo di Phil Donahue. Si giustifica dicendo che la pressione che sentiva nell’ambiente del Washington Post le aveva fatto perdere la testa. Dice che le sue fonti le avevano accennato dell’esistenza di un ragazzo simile a Jimmy. Non riuscendo a trovarlo aveva creato una storia inventata per accontentare il suo editor.

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L’articolo di Mike Sager

Janet Cooke scompare dal mondo giornalistico. Nel 1996 concede un’intervista a Mike Sager, reporter di GQ, suo ex collega al Washington Post. I due vendono i diritti della storia di Jimmy alla Tri-Star Pictures per la realizzazione di un film che non vedrà mai la luce.

In un articolo del 2016 Sager scrive un articolo sulla vicenda dicendo che:

“Cooke vive negli Stati Uniti continentali. Ha una famiglia e una carriera che non riguarda strettamente il giornalismo”.

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