La strana morte di Silvia Da Pont

La strana morte di Silvia Da Pont

Sessantanove anni fa, dopo quasi due mesi, veniva ritrovato il corpo di Silvia Da Pont. La strana e misteriosa morte è avvenuta per inedia. Ma cos’è successo?

la strana morte
Titolo del Corsera, ottobre del 1951

E’ la mattina del 7 settembre 1951. In un appartamento al primo piano di una villa un po’ malandata in via Galilei, a Busto Arsizio, la domestica Silvia Da Pont, è appena rientrata dalla latteria. La ragazzona bionda, di ventun anni, posa la bottiglia del latte sul tavolo di cucina e va in camera sua a mettersi il grembiule nero che indossa durante il lavoro. La padrona di casa, Adele Nimmo, dopo un po’ la chiama, ma senza risposta. “Bisogna dare la colazione ai bambini — pensa la donna — dov’è andata Silvia?” Così va a cercarla nella sua stanza. Inizia da qui il racconto della strana morte di Silvia.

Tutto in ordine, il letto disfatto, la valigia posata sul materasso. Silvia proprio quel giorno deve partire per tornare al suo paese, Cesiomaggiore in provincia di Belluno. La famiglia Nimmo è in procinto di trasferirsi a Roma seguendo il capofamiglia, funzionario di una compagnia aerea. Silvia ha deciso di abbandonare il servizio: troppo lontana Roma dal suo paese. Tornerà in Veneto e poi cercherà un nuovo posto di lavoro.

la strana morte
Silvia Da Pont

Cominciano le ricerche

La signora Nimmo, un po’ meravigliata, pensa che Silvia sia uscita di nuovo per andare a comperare qualcosa che mancava. Passano però le ore e la ragazza non si vede. Adele chiede al padrone di casa, Carlo Candiani, se per caso ha visto Silvia, ma lui nega. Non la vede dal giorno prima. Il figlio dei Nimmo, Roberto, dice di aver visto la giovane, già col grembiule nero indosso, salire le scale verso il solaio.

Alle 17 dello stesso giorno i Nimmo fanno denuncia di scomparsa al commissariato di Pubblica Sicurezza di Busto Arsizio. Un poliziotto visita l’appartamento, la camera della ragazza che si trova al piano superiore, verifica che tutto è in ordine. Viene emesso un fonogramma alla Polizia di Belluno, che si reca a Cesiomaggiore e si constata che la ragazza non è tornata dai suoi.

Una scomparsa strana

Un’amica di Silvia dichiara che la ragazza ultimamente era depressa e irascibile. Si fa strada quindi la convinzione che la giovane cameriera vivesse una relazione amorosa difficile e che abbia fatto un colpo di testa fuggendo di casa. Magari in compagnia di uno spasimante.

Nessuno però fa caso a una stranezza: Silvia aveva lasciato tutti i suoi abiti e i suoi risparmi (quarantamila lire) in casa Nimmo. È credibile che una ragazza se ne vada di punto in bianco, vestita soltanto con un grembiule nero da cameriera e un vecchio paio di ciabatte?

L’indagine della sorella

L’unica persona a condurre seriamente delle ricerche è Maria Da Pont, la sorella di Silvia, la quale lavora come bambinaia a Zurigo. Ai primi di ottobre si reca a Busto Arsizio, parla con la signora Nimmo, fa il giro dei negozi dei dintorni mostrando una fotografia della sorella, insomma si dà da fare più che può. Alloggia presso un’amica che una mattina le racconta di aver fatto uno strano sogno: Silvia le era apparsa vestita di bianco, con un mazzo di fiori in mano.

«Dove vai, che tutti ti cercano?» , le aveva chiesto. «Perché mi cercano — aveva risposto Silvia se non sono mai uscita da quella casa?». Impressionata, Maria torna a trovare la signora Nimmo che le fa visitare tutta la casa. Cantina e lavanderia comprese. Il signor Candiani le dà la chiave di questi locali dicendo: «Era un segreto tra me e Silvia». Cosa vorrà dire? Lì per lì nessuno ci fa caso.

La ragazza in cantina

la strana morte
La cantina in cui fu ritrovato il cadavere

Finalmente, la mattina del 28 ottobre, i Nimmo scendono in cantina per bruciare nella caldaia del termosifone un mucchio di scartoffie: incredibile quanta roba inutile salti fuori quando si fa un trasloco!

Adele Nimmo vede in fondo alla cantina un vecchio albero di natale. Pensa di bruciare anche quello, si avvicina, ma nella penombra vede qualcosa che sembra un corpo umano. È il corpo di Silvia.

La povera ragazza è morta da qualche giorno. Il suo cadavere è intatto, cereo, non emana cattivo odore. È ridotta quasi a uno scheletro; lei che in vita era alta e robusta, pesava quasi ottanta chili, adesso arriva a malapena a trenta. Appare subito una strana morte.

La strana morte, omicidio o suicidio?

Iniziano le indagini. L’autopsia rivela che la povera ragazza è morta di inedia: non ci sono tracce di violenza. Si suppone che si sia suicidata nascondendosi in cantina e lasciandosi morire lentamente di fame. È un suicidio inusuale, una morte parecchio strana ma non senza precedenti negli annali della psichiatria.

Il capitano dei Carabinieri, Angelo Mongelli, non la pensa così. Che motivo aveva Silvia per uccidersi? L’ipotesi che possa aver compiuto l’estremo gesto per la disperazione di dover tornare a Cesiomaggiore a fare la boscaiola con suo padre non regge. Troppa la sproporzione tra causa ed effetto. Decide quindi di approfondire le indagini e va a interrogare il padrone di casa: Carlo Candiani.

Entra in scena il padrone di casa

la strana morte
Carlo Candiani

Questi è un uomo di settant’anni che sembra uscito da un romanzo di Piero Chiara. Benestante, ex commerciante di macchinari tessili. È conosciuto e stimato da tutti a Busto Arsizio, tant’è che ha il suo tavolino riservato nel miglior caffè della piazza principale. Un tempo la villa di via Galilei era occupata soltanto dalla sua famiglia, poi rovesci di fortuna lo hanno costretto a dividerla in appartamentini che ha affittato tenendosi un paio di stanzette al piano terra e i due solai. È due volte vedovo e nonno di alcuni nipotini.

Uno di questi vani è adibito a deposito di cose vecchie e inutili. Nell’altro vano Candiani dà sfogo alla sua passione: la farmacologia. Dice di essersi guarito dal diabete grazie a un infuso di erbe da lui stesso inventato. Il suo tempo lo passa a distillare e imbottigliare strani rimedi di sua invenzione. Niente di vietato del resto.

Il solaio

Candiani riceve il capitano Mongelli e gli fa visitare la casa senza problemi. Soltanto quando gli viene richiesto di mostrare i solai l’uomo comincia a turbarsi e a sudare, malgrado la temperatura non sia alta. Appena il capitano entra nella stanzetta piena di cianfrusaglie nota subito una sagoma priva di polvere sul pavimento, come se qualcosa fosse stato disteso in quel posto.

«Cos’è quello?», chiede il capitano. «Niente — risponde Candiani, sempre più turbato, indicando un baule appoggiato al muro c’era quella cassa lì, che poi ho spostato pochi giorni fa». Mongelli va a vedere e nota delle ragnatele, vecchie e piene di polvere, dietro la cassa: non è possibile che sia stata spostata da pochi giorni. Carlo Candiani diventa quindi un indiziato, viene interrogato e alla fine confessa.

Una confessione poco credibile

È stato un semplice scherzo. Salendo le scale l’uomo aveva visto la ragazza sulla soglia di camera sua e le si era avvicinato, senza far rumore, prendendola poi per le spalle per farle paura. Silvia era svenuta per il terrore. A quel punto Candiani non riuscendo a farla rinvenire, l’avrebbe portata in solaio e distesa sul pavimento. Tutti i suoi tentativi di rianimarla sarebbero stati vani e la poveretta, malgrado lui cercasse di farle inghiottire un po’ di latte o di vino, sarebbe morta lentamente. Infine Candiani l’avrebbe trasportata in cantina dentro una cassa, con l’aiuto di un amico al quale avrebbe raccontato che si trattava di libri e attrezzi.

È ovvio che una simile versione non regge. Quella morte è troppo strana. Silvia Da Pont era una giovane sanissima, non aveva problemi di salute né malformazioni che potessero giustificare uno stato comatoso durato ben 44 giorni. Se si fosse trattato di un semplice incidente, perché non chiamare aiuto e trasportare la giovane all’ospedale? La cantina in cui fu trovata, poi, aveva un finestrino che dava sul giardino nel quale gli inquilini e i loro bambini potevano girare liberamente. Possibile che nessuno si fosse accorto di nulla?

Situazione inquietante

Sottoposto a nuovi e più stringenti interrogatori, Candiani cambia versione e narra una situazione ben più torbida e inquietante. Da quando Silvia era venuta a vivere in casa dei Nimmo, Carlo Candiani si era invaghito di lei. Non riusciva a togliersi dalla testa quella ragazza non particolarmente bella, ma robusta e ben fatta; l’ossessione per lei lo dominava.

Sapere che la giovane sarebbe partita per il Veneto lo aveva fatto decidere. Le aveva propinato con un pretesto uno dei suoi filtri, facendola cadere in deliquio, infine l’aveva trasportata in solaio e poi aveva finto preoccupazione per la sua scomparsa.

All’inizio le dosi di stupefacente erano alte: Candiani le somministrava del laudano (un oppiaceo) sciolto nel vino di Pantelleria, per mantenerla in uno stato stuporoso, poi l’inedia aveva fatto il resto. Silvia era rimasta in uno stato come di animazione sospesa, coricata su di un vecchio divano, per diciotto giorni, prima di essere trasportata in cantina. Cosa era successo durante quei diciotto giorni? Possiamo bene immaginarlo.

Perversione

Candiani non desiderava avere una relazione con Silvia. A lui interessava soltanto come oggetto sessuale, bambola inanimata pronta a soddisfare le sue perversioni. Non sappiamo se ci furono rapporti propriamente detti tra i due, oppure se il vecchio si limitasse semplicemente a contemplare la povera ragazza. Resta il fatto che Silvia, a soli ventun anni, finì la sua vita in una polverosa cantina, nascosta dopo la sua strana morte per il capriccio di un uomo. Uno che poteva esserle nonno e che avrebbe potuto salvarla in qualunque momento, ma non lo aveva fatto per salvaguardare la sua immacolata reputazione.

Discorsi al caffè

L’arresto del Candiani fece un enorme rumore a Busto Arsizio. Alcuni avventori del caffè che frequentava testimoniarono un episodio al quale, lì per lì, nessuno aveva dato peso, ma che alla luce degli avvenimenti acquistava un cupo rilievo.

Alcuni giovanotti al caffè si vantavano delle loro conquiste amorose e il vecchio, con un sorriso malizioso, era intervenuto nella discussione. «Ah, voi siete vigorosi, è il vostro tempo — disse Candiani — Ma io ho un sistema mio: mi diverto tre volte più di voi».

Vittorio Tosi, l’amico che aveva aiutato Candiani a trasportare la cassa in cantina, viene interrogato dai carabinieri e poi sparisce nel nulla. Alcuni suppongono che, oppresso dal rimorso per aver collaborato anche senza saperlo a quel mostruoso delitto, si sia gettato nel Ticino.

In corte d’Assise

Il processo a Carlo Candiani inizia nell’aprile 1953. L’uomo ritratta ogni confessione e sostiene che le sue dichiarazioni gli siano state estorte dai Carabinieri. Gli avvocati difensori puntano su questo e insinuano che Silvia Da Pont fosse stata una ragazza di moralità dubbia, malata di epilessia o di nervi, e che quindi abbia deciso di suicidarsi come era stato supposto all’inizio.

Carlo Candiani viene condannato a 25 anni di reclusione. Ricorre in appello e i suoi avvocati riescono a far cambiare il capo d’imputazione: da omicidio volontario, a omicidio preterintenzionale. Per la difesa l’uomo non avrebbe assolutamente avuto intenzione di uccidere la ragazza, ma la sua morte, così strana, come molti omicidi, sarebbe stata causato dalle dosi di narcotico troppo alte somministrate per errore.

Conclusione

In appello la sentenza viene ridotta a 14 anni. Nell’agosto del 1957 Carlo Candiani muore per collasso cardiaco, nel carcere di Parma in cui scontava la sua pena.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: