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Perché il SARS-Cov-2 non è stato creato in laboratorio

Perché il SARS-Cov-2 non è stato creato in laboratorio

Secondo i complottisti il SARS-CoV-2 sarebbe stato creato in laboratorio, ma cosa dimostra l’analisi del suo genoma?

Sin dalla scoperta del nuovo virus, chiamato SARS-CoV-2, sono circolate voci in cui si diceva che fosse stato creato in laboratorio. Purtroppo queste voci continuano a essere sostenute e diffuse da personaggi che dovrebbero essere credibili. Da capi di Stato come Donald Trump a vincitori di Premio Nobel come Luc Montagnier, pur senza nessuna prova scientifica. Eppure è del 17 marzo la pubblicazione su Nature di uno studio, firmato da Kristian Andersen, che avrebbe dovuto mettere fine a ogni illazione.

Virus a DNA e RNA

sars-cov-2 creato in laboratorio



Una molecola di RNA è una lunga catena formata da quattro diverse unità poste in sequenze specifiche

I virus sono formati da una singola molecola di acido nucleico (DNA o RNA). Questa può essere a singolo o a doppio filamento, contenuta in un involucro (capside) proteico. Il materiale genetico dei Coronavirus, nello specifico, è costituito da una sola molecola di RNA a singolo filamento. Sia il DNA che l’RNA possono mutare spontaneamente. Cioè se immaginiamo una molecola di acido nucleico come una collana formata da un grande numero di quattro tipi di perline diverse, disposte in una certa sequenza, può capitare che durante la sintesi di una nuova molecola, una perlina di un certo tipo venga sostituita da una perlina diversa.

La frequenza con cui queste mutazioni avvengono è legata a una serie di fattori, tra cui la velocità di riproduzione e la semplicità del genoma. I virus hanno un genoma estremamente ridotto e si replicano — non si parla di riproduzione — molto velocemente. Quindi il tasso di mutazione è molto più elevato di quello di qualsiasi cellula. Inoltre i virus a RNA hanno un tasso di mutazione circa mille volte maggiore di quello dei virus a DNA.

Una di queste frequenti mutazioni può rendere un virus capace di compiere un cosiddetto «salto di specie», cioè di infettare un organismo nelle cui cellule prima non era in grado di entrare. Le zoonosi, malattie trasmesse dagli animali agli uomini, si manifestano da millenni. Secondo quanto espresso in un suo celebre saggio dal biologo e antropologo Jared Diamond, hanno avuto addirittura un ruolo determinante nell’evoluzione culturale umana.

Theodore Woodward e la zebra

Pare che Theodore E. Woodward, vincitore del premio Nobel per la medicina nel 1948, dicesse ai suoi studenti:

“Se stai camminando per strada e senti un rumore di zoccoli dietro di te, non voltarti aspettandoti di vedere una zebra. Aspettati un cavallo”.

Citazione di Theodore E. Woodward,

Intendeva dire che spesso la spiegazione più semplice è quella corretta.

Le continue mutazioni dei virus

Insomma, se da millenni i virus mutano di continuo e diventano spesso capaci di infettare nuove specie, perché qualcuno ipotizza l’intervento dell’ingegneria genetica? Perché qualcuno vuole per forza vedere una zebra, sentendo rumore di zoccoli, in un posto pieno di cavalli? La risposta esula completamente dalle mie competenze, rientrando in quelle di politologi, antropologi e probabilmente psichiatri. Da biologa, invece, ho cercato di capire se davvero l’idea che il virus sia stato creato in laboratorio sia priva di qualsiasi fondamento scientifico.

Le prove che il virus è naturale, come detto in precedenza, sono state fornite dallo studio di Andersen citato sopra. Ovviamente è piuttosto tecnico, ma cercherò di spiegarne il senso in modo semplice. Se degli scienziati volessero creare un virus nuovo (e possono esserci migliaia di buoni motivi per cercare di farlo), come procederebbero? Prenderebbero un pezzo dell’RNA di un virus e lo inserirebbero nel genoma di un altro.

Non un pezzo a caso, ma un gene, cioè una determinata porzione che porta un’informazione nota. Diciamo che volessero rendere per qualche motivo il Coronavirus del pipistrello, capace di infettare la nostra specie. Prenderebbero il gene che consente l’ingresso nelle cellule umane da un virus che già ha questa proprietà e lo inserirebbero nell’RNA del virus del pipistrello.

Il genoma di SARS-CoV-2 dovrebbe quindi avere dei geni uguali a quelli di un virus e del geni uguali a quelli dell’altro. Invece il suo genoma, paragonato con quello dei virus più simili, presenta delle mutazioni puntiformi nei vari geni, cioè il suo genoma non è formato dall’insieme di parole prese da altri virus, ma da parole nuove, in cui alcune lettere sparse sono state sostituite da altre.

Il gene spike

In particolare, il gene che conferisce al SARS-CoV-2 la capacità di infettare l’uomo, è quello che porta le informazioni per costruire una proteina detta spike, che consente appunto l’ingresso nelle cellule umane. In laboratorio, quindi, una scienziato prenderebbe il gene spike, per esempio, del SARS-CoV (il virus responsabile dell’epidemia di SARS di diciassette anni fa, strettamente imparentato con il nostro) e lo inserirebbe così com’è nella sua nuova creatura.

Il gene spike del nostro SARS-CoV-2 invece è diverso e presenta delle piccolissime mutazioni sparse che lo rendono particolarmente efficace. Non avrebbe alcun senso ottenere tali piccole mutazioni casuali in laboratorio, perché avrebbero l’effetto di danneggiare il gene oppure di non alterarlo affatto, mentre la possibilità di ottenere un miglioramento è veramente remota.

Per fare un esempio comprensibile da tutti è come se prendessimo una frase da un libro e cambiassimo delle lettere a caso: con ogni probabilità otterremmo una frase priva di qualsiasi senso. In natura, invece, nei virus, le mutazioni sono talmente frequenti, che a un certo punto si può formare una “frase” con un significato migliore di quella di partenza.

sars-cov-2 creato in laboratorio

Fuor di metafora, se nel gran numero di mutazioni possibili, ce n’è una che favorisce l’ingresso del virus nelle cellule umane, questo infetterà una persona e si replicherà, trasmettendo alla sua numerosa “progenie” le sue caratteristiche. Si tratta, in pratica, di un meccanismo di selezione naturale: il cambiamento “favorevole” viene “scelto” e consente a chi lo possiede di diffondersi rapidamente con successo. Ebbene, un gene che produca una proteina spike con una affinità così alta per le cellule umane non può che essere il prodotto della selezione naturale. Azzardato dire che il SARS-Cov-2 sia stato creato in laboratorio.

Luc Montagnier

Se fossimo in un tribunale, le prove mostrate fin qui sarebbero sufficienti per una piena assoluzione di tutti i laboratori di virologia del mondo, ma purtroppo nel dibattito si è inserito un certo Luc Montagnier che, pur essendo sempre stato un personaggio controverso, ha vinto un Nobel nel 2008 per aver isolato il virus dell’HIV (quello responsabile dell’AIDS) nel 1983, quindi non è così facile ignorare le sue parole anche se, negli ultimi anni, di sciocchezze ne ha dette tante.

Il professore infatti ha sostenuto in un’intervista che il SARS-CoV-2 è stato creato in laboratorio nel tentativo di ottenere un vaccino contro l’AIDS. A parte che che questa affermazione si basa su un lavoro prima pubblicato da una rivista- senza essere stato soggetto a revisione- e poi ritirato dai suoi stessi autori, torniamo al discorso precedente: se Montagnier avesse ragione, gli scienziati avrebbero cercato di inserire dei geni dell’HIV (il virus responsabile dell’AIDS) nel genoma di un Coronavirus, quindi il nostro virus artificiale dovrebbe avere sequenze di lettere abbastanza lunghe, uguali a quelle dell’HIV.

Ebbene, Jean-Michel Claverie, professore di bioinformatica, ha confrontato le sequenze genetiche dei due virus e ha concluso che non c’è nessuna somiglianza significativa. Insomma, tornando alla metafora di Woodward, non si tratta più di dedurre la presenza del cavallo dal rumore degli zoccoli: gli scienziati ci hanno mostrato chiaramente che non c’è nessuna zebra.

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