Crea sito

Quando la mala informazione uccide l’etica

Quando la mala informazione uccide l’etica

La mala informazione non è solo figlia di idee complottiste, ma spesso viene diffusa anche da alcuni mass media privi di etica

“Don’t believe that headline!” è stata l’affermazione più scritta dai debunkers del mondo, quando nel 2014 la loro attività di decostruzione di notizie false ha subìto un notevole incremento. Insomma: «Non credete a quel titolo!». Ovviamente non tutti i titoli sono sensazionalistici, per fortuna, ma alcuni quotidiani dimostrano che la mala informazione non solo fornisce al lettore una versione distorta dei fatti, bensì annienta l’etica giornalistica.

Il Fatto Quotidiano lancia un falso allarme sulle condizioni (comunque critiche) dello scrittore Valerio Massimo Manfredi

Perché i titoli degli articoli di alcuni quotidiani sono diventati qualcosa a cui non credere? Di fatto, sappiamo quanto sia diffuso un certo tipo di giornalismo che sovente, senza alcuna etica, sfrutta il Web per catturare l’attenzione dei lettori con della mala informazione confezionata ad arte. Conosciamo il meccanismo delle fake news messe in circolazione da fonti non autorevoli, ma c’è un numero sempre più preoccupante di testate nazionali che propone contenuti non giornalistici affiancati a titoli a effetto, attraverso i quali acchiappare click. Peccato che, se ci sentiamo di perdonare (ma, poi, non così tanto!) chi racconta bufale sui social senza utilizzare alcuno strumento professionale di diffusione — «non ragioniam di lor, ma guarda e passa» — non ci è concesso assolvere chi, a livello nazionale, sceglie di ignorare i propri doveri di comunicatore di massa, di professionista, deviando volontariamente e con l’inganno l’opinione pubblica.

Dunque, qual è la relazione tra informazione giornalistica ed etica? Per avere un quadro completo che ci aiuti a definire come dovrebbe essere il mestiere del giornalista, partiamo da una considerazione prettamente linguistica. Il verbo informare – dal latino informare – si sviluppa su tre livelli semantici: “Dar forma”, “Istituire”, “Dare notizia”.

I livelli semantici del giornalismo

Cosa vuol dire fare informazione? Spesso siamo portati a credere che il rapporto tra giornalismo e informazione sia strettamente relativo all’accumulo e diffusione di fatti. L’etimologia del verbo informare però, può aiutarci a riflettere su quanto sia riduttivo per un giornalista confinare l’informazione dagli eventi all’accaduto. Ecco perché ci sono almeno tre piani – relativi al campo semantico della parola informare – che devono interessare lo scrittore affinché comunichi con etica:

  1. Dar forma: conferire ad un essere la propria forma o natura, modellare. Il significato più letterale del verbo è anche il più vincolante: chi informa deve necessariamente rendere all’oggetto la propria natura, conformarlo alla sua realtà.
  2. Istituire: dare un’impronta, caratterizzare. Questo aspetto figurato del termine è altrettanto obbligatorio ai fini di una comunicazione efficace: di fatto, il compito del giornalista è anche quello di definire e qualificare una notizia affinché sia fruibile e accessibile; si deve, appunto, conferire un’impronta ad un concetto che sia chiara e lucida a partire dal titolo.
  3. Dare notizia e — nella sua forma riflessiva —, chiedere informazioni. Il secondo piano letterale del termine è, effettivamente, il più immediato e strettamente connesso alla professione giornalistica. Di essa, è il compendio che porta con sé i significati e gli obiettivi più profondi di cui sopra.

Quando l’informazione diventa spettacolo

Ci siamo soffermati a lungo su una riflessione linguistica, ma in fondo non è dal linguaggio che tutto comincia? Un evento arriva ai suoi destinatari attraverso le nostre parole. Il giornalismo, in questo modo, deve soddisfare i bisogni informativi del proprio lettore con l’obiettivo di contribuire a formare il suo bagaglio di conoscenze. L’informazione obiettiva ed etica rende i suoi destinatari capaci di critica, liberi e sicuri, allora ci chiediamo perché oggi molti informatori utilizzano parole per scopi ben lontani da questa prerogativa, fornendo una mala informazione quasi programmata.

Dissonanza titolo contenuto

In questo momento storico il problema emerge spudoratamente dai “titoloni” degli articoli. Il titolo è l’elemento che cattura l’attenzione, come la copertina di un libro, ma non può né deve divergere dal contenuto. La dissonanza tra titolo e contenuto di fatto, riflette la necessità di mettere in pratica l’effetto sensazionalistico che garantisce, quanto meno, delle visualizzazioni (visto che la credibilità non sembra essere un elemento ricercato n.d.r.). Accade però che i titoli sbagliati e sensazionalistici dovuti perlopiù a tentativi di clickbaiting e nati con il giornalismo online, si trasformino in vere e proprie violazioni deontologiche.

L’etica giornalistica ai tempi dell’iper informazione

Grazie a internet oggi sappiamo proprio tutto. Siamo stati in un certo modo «violentati dall’informazione». Il pericolo di questa caratteristica potenzialmente positiva è che si perda la capacità di passare le informazioni al vaglio critico e, dunque, di individuare l’errore. Le conseguenze dello sviluppo di un senso critico così superficiale risultano nella tendenza a filtrare le informazioni solo attraverso le proprie personali credenze che in questo modo, di fatto, non hanno possibilità di ampliarsi o modificarsi.

mala informazione etica
Alcuni dei più noti titoli offensivi di testate conosciute

Sembra essere questa l’onda cavalcata da testate note e diffusamente lette in Italia. Libero e simili (dal Giornale a Il Tempo, ma non solo) sono i campioni dell’amoralità, qualora dovessimo farne una questione di morale. Il problema, però, non si circoscrive al valore etico delle opinioni. È giusto che un quotidiano imposti una linea editoriale, ma non è normale che questa venga costruita sull’alterazione dei fatti e sull’uso di aggressività. Contestualmente, i titoli abietti che leggiamo in foto, rivelano una violenza verbale fatta di razzismo, sessismo, omofobia e chi più ne ha ne metta. C’è una bella differenza tra una condotta giornalistica simile e quella che il Testo unico dei doveri del giornalista (ex Carta dei Doveri) esige da professionisti accreditati:

«Il giornalista ha il dovere fondamentale di rispettare la persona, la sua dignità e il suo diritto alla riservatezza e non discrimina mai nessuno per la sua razza, religione, sesso, condizioni fisiche o mentali, opinioni politiche»

Il concetto di post-truth nel mondo dell’informazione

Esiste un concetto che, costitutivamente al mancato rispetto dei doveri del comunicatore di professione, definisce sia l’atteggiamento di opinione pubblica sia l’informazione. Per questo motivo è possibile e forse necessario raccontare sovente storie che alimentino credenze e conoscenze pregresse, piuttosto che presentarne di nuove.

In italiano usiamo la parola post-verità: aggettivo che denota circostanze in cui fatti oggettivi — dunque la «verità» — sono meno rilevanti e influenti nella formazione dell’opinione pubblica. Questa di fatto trova un appiglio maggiore nelle emozioni e nelle credenze personali dei destinatari. Se questa tendenza infine viene messa in pratica da una fonte autorevole o pubblicamente riconosciuta, marchia il giornalismo di lassismo, ipocrisia e disonestà.

Qualche altro esempio, aldilà dell’etica

mala informazione etica

Un giornalista che intitola il proprio articolo, gridando «Bastardi islamici» oppure che definisce una Aisha Romano come «ingrata», perché convertita a un’altra religione, farebbe bene a cambiare mestiere. Anche chi giustifica i femminicidi e la violenza di genere come una «conseguenza dell’amore», farebbe bene a cercare altro. Non si tratta di far leva su posizioni politiche, bensì di agire e di informare secondo etica e non con la mala informazione “acchiappalettori“. Virtù, questa, del comportamento umano, non una manciata di regole da dover rispettare di facciata. Se la deontologia del mestiere non fa più leva sulle coscienze di chi scrive, che lo faccia perlomeno la sua umanità.

mala informazione etica
Libero inventa letteralmente la parola «maschicidio » per spiegare che muoiono più uomini che donne, in un anno.

Qualora dovesse mancare anche la clemenza, ci auguriamo che almeno si conservino discrete abilità di ricerca delle informazioni. Ad esempio il femminicidio non è solamente «l’uccisione di persone di sesso femminile», ma anche una “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”. Scrivere “maschicidio” invece, a lettere cubitali in prima pagina, non è più la ricerca di un titolo sensazionalistico ma ignoranza e bieco sessismo.

Il Web non è la causa di una informazione priva di etica

Abbiamo accennato al fatto che la diffusione frenetica di fake news e di titoli da post-truth sia diventata quasi incontrollabile, con la nascita del giornalismo online. Tuttavia è doveroso spiegare che internet non è il problema dell’amoralità del giornalismo (oltre al fatto che è la piattaforma sulla quale noi stessi lavoriamo). Rumors e sensazionalismo circolavano anche su carta stampata e il debunking ha la sua storia. C’è da dire, però, che il Web e la sua scarsa regolamentazione contribuiscono a rendere il mondo dell’informazione più dinamico, di conseguenza meno controllato.

Siamo sommersi da un’inarrestabile ondata di informazioni ed è anche per questo motivo che ricercando il minimo sforzo cognitivo, i titoli diventano spesso la sola cosa che leggiamo o ricordiamo. Motivo per cui sono diventati lo strumento comunicativo principale degli autori. Tuttavia è innegabile che internet sia una grande risorsa per la ricerca e la verifica di informazioni: se il giornalista gioca sui nostri bias cognitivi e offre contenuti che solo in apparenza giustificano il nostro universo di credenze, ricordiamoci che è importante crescere sempre e non accontentarsi. Leggiamo, verifichiamo e confrontiamo: l’etica deve stare nelle mani di chi scrive, ma anche negli occhi di chi legge.

Una risposta a “Quando la mala informazione uccide l’etica”

  1. Complimenti all’autrice! Articolo ben strutturato , con contenuti e spunti molto interessanti.

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: