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Il mistero del Rub’ayyat

Il mistero del Rub’ayyat

Un cadavere sulla spiaggia, una valigia e il verso di una poesia del Rub’ayyat. Inizia così una delle storie più misteriose del dopoguerra. Semplice suicidio o un caso di spionaggio?

Rub'ayyat
La spiaggia di Somerton. La croce indica il luogo dove fu trovato lo sconosciuto.

Siamo a Somerton, una località balneare a pochi chilometri a sud di Adelaide, nell’Australia meridionale. La sera di martedì 30 novembre 1948 è molto calda e parecchia gente passeggia sulla spiaggia. Il gioielliere John Bain Lyons e sua moglie, mentre camminano in direzione di Glenelg, notano un uomo elegantemente vestito disteso sulla sabbia, con la testa appoggiata a un muretto, le gambe tese e i piedi incrociati. Mentre lo osservano, l’uomo allunga il braccio destro verso l’alto per farlo poi ricadere a terra. I due pensano che sia ubriaco e tenti di fumare una sigaretta. Inizia così il mistero del Rub’ayyat.

Mezz’ora dopo, un’altra coppia nota lo stesso uomo, sdraiato nella stessa posizione. In seguito la donna dice di aver notato soprattutto il suo modo impeccabile di vestire. Un completo, con scarpe nuove eleganti lucidate a specchio, che contrasta stranamente con l’abbigliamento da spiaggia delle altre persone. Solo la mattina dopo che ci si rende conto della verità. John Bain Lyons, di ritorno da una nuotata mattutina, trova l’uomo che aveva visto la sera prima: è sempre nella stessa posizione, i piedi incrociati, la testa appoggiata al muretto. Il corpo è ormai freddo. Non ci sono segni di violenza. Sul colletto della camicia ha una sigaretta fumata a metà; come se gli fosse caduta di bocca.

Come è morto?

Tre ore dopo il corpo si trova al Royal Adelaide Hospital dove il dottor John Bennett stima che l’uomo sia morto non prima delle due del mattino precedente, probabilmente per insufficienza cardiaca forse provocata da un avvelenamento.

Rub'ayyat
Lo sconosciuto di Somerton Beach

Si esamina il contenuto delle sue tasche: un biglietto dell’autobus da Adelaide a Somerton, un pacchetto di chewing-gum, alcuni fiammiferi e due pettini. Ci sono anche sette costose sigarette inglesi contenute però in un pacchetto di una marca australiana molto più economica. Non c’è il portafoglio, non ci sono soldi né documenti di identità. Qualcuno ha tagliato via dagli abiti l’etichetta del produttore. Una tasca dei pantaloni risulta accuratamente riparata con un’insolita varietà di filo arancione.

Neanche l’autopsia dà indizi utili

L’indomani avviene l’autopsia, ma non dà risultati particolarmente illuminanti. Le pupille del cadavere sono più piccole del normale e di forma insolita, la milza è straordinariamente grande e soda, circa tre volte le dimensioni normali e il fegato gonfio di sangue congestionato.

Nello stomaco dell’uomo il patologo John Dwyer trova i resti del suo ultimo pasto — un pasticcio di carne — e altro sangue. Anche questo suggerisce un avvelenamento, anche se non si può dimostrare che il veleno fosse nel cibo. Il comportamento riferito dai testimoni sulla spiaggia — la posizione accasciata, il braccio destro che si alza e si abbassa apparentemente senza senso — può suggerire l’azione progressiva di un veleno, ma i ripetuti test su sangue e organi svolti da un perito non rivelano la minima traccia di sostanze tossiche.

Il corpo mostra altre peculiarità. I muscoli del polpaccio del morto sono rilevati e molto ben sviluppati: sebbene appaia essere sulla quarantina ha le gambe di un atleta. Le dita dei piedi hanno una strana forma a cuneo. Un esperto osserva:

Ho visto raramente il muscolo del polpaccio così pronunciato come in questo caso. I suoi piedi sono piuttosto sorprendenti, suggerendo — questa è la mia opinione — che avesse l’abitudine di indossare scarpe a punta e col tacco alto”.

Un altro perito azzarda l’ipotesi che il morto sia stato un ballerino classico.

Un vero enigma per la polizia

Tutto questo costituisce un vero puzzle. Un eminente professore, Sir Cedric Stanton Hicks, ipotizza l’uso di un veleno molto raro, uno che “si decompone molto presto dopo la morte”, senza lasciare traccia. Per esempio la digitale o la strofantina, un raro veleno derivato dai semi di alcune piante africane, storicamente utilizzato da tribù somale per avvelenare le frecce.

Più sconcertata che mai, la polizia continua le indagini. Si rileva una serie completa di impronte digitali che si fa circolare in tutta l’Australia e poi in tutto il Commonwealth: nessuno le identifica. Persone da ogni parte accorrono all’obitorio nella speranza di poter dare un nome al cadavere. Alcuni pensano di conoscere l’uomo dalle foto pubblicate sui giornali, altri sono parenti di persone scomparse. Nessuno però riconosce il corpo.

La polizia del South Australia indaga e respinge praticamente ogni indizio. Amplia l’indagine nel tentativo di individuare eventuali effetti personali abbandonati, forse bagagli, che potrebbero chiarire la provenienza dell’uomo. Si controllano tutti gli hotel, gli uffici oggetti smarriti e il deposito bagagli di tutte le stazioni ferroviarie per miglia intorno. Finalmente un risultato: una valigia marrone, depositata alla stazione principale di Adelaide il 30 novembre e mai reclamata.

La valigia marrone

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La valigia marrone

La polizia apre ansiosamente la valigia ma il contenuto è una delusione.

Nel bagaglio c’è una bobina di filo arancione, identico a quello usato per riparare i pantaloni del morto, un completo di giacca e pantaloni, un pigiama, biancheria intima, gli oggetti per la rasatura, oltre ad altri utensili come un kit di stampini del tipo usato sulle navi mercantili per stampigliare le casse del carico, un coltello da tavola e un cappotto cucito con un punto non usato in Australia. Un sarto lo identifica come di origine americana. Forse il cappotto o chi lo indossava provengono dagli Stati Uniti? Ma le ricerche sui registri delle spedizioni e dell’immigrazione da tutto il Paese non danno risposte.

Un misterioso indizio dal Rub’ayyat

La polizia chiama un altro esperto, John Cleland, professore emerito di patologia all’Università di Adelaide, per riesaminare il cadavere e gli averi del morto, e il professore trova un’altra prova, la più sconcertante di tutte.

Esaminando gli indumenti del morto, Cleland scopre una piccola tasca cucita nella cintura dei pantaloni: dentro, arrotolato strettamente, c’è un minuscolo foglietto di carta arrotolato con stampate due parole: “Tamàm Shud”

Il foglietto misterioso

Frank Kennedy, il reporter del giornale Adelaide Advertiser, comprende che si tratta di parole persiane e suggerisce alla polizia di cercare un libro di poesie: il Rub’ayyat di Omar Khayyam, di cui costituiscono le ultime parole: “È finita”.  Quest’opera, scritta nel XII secolo, era diventata popolare in Australia durante gli anni della guerra ed era uscita in numerose edizioni. Non si riesce però a trovare da nessuna parte una copia stampata con gli stessi caratteri del foglietto.

Preso alla lettera, questo nuovo indizio suggerisce che la morte potrebbe essere un caso di suicidio. Infatti, la polizia del South Australia non ha mai trasformato le indagini sulla “persona scomparsa” in un’indagine per omicidio in piena regola. Ma la scoperta porta più vicini all’identificazione del morto, e nel frattempo diventa necessario seppellire il corpo. La polizia quindi fa imbalsamare il cadavere e prende un calco della testa e del busto. Quindi lo seppelliscono sotto una lastra di cemento in un appezzamento di terreno asciutto. Questo nel caso fosse necessario riesumarlo in seguito.

Rub’ayyat, la spiegazione del mistero?

A luglio 1949, finalmente, un uomo di Glenelg si rivolge alla polizia di Adelaide con una strana storia. All’inizio del dicembre precedente, subito dopo la scoperta dello sconosciuto, era andato a fare un giro con l’auto di suo cognato. Nella macchina di quest’ultimo, che era parcheggiata a poche centinaia di metri da Somerton Beach, c’era una copia del Rub’ayyat sul sedile posteriore. Pensando che fosse del suo parente lui l’aveva riposta nel vano del cruscotto dove era rimasta per mesi. Dopo aver letto un articolo di giornale che parlava del mistero, l’uomo aveva recuperato il Rub’ayyat e aveva scoperto che parte dell’ultima pagina era stata strappata.

Esaminando attentamente il libro, la polizia trova un numero telefonico scritto a matita sul retro della copertina, con sotto la debole impressione di alcune lettere maiuscole. Il numero di telefono era quello di una giovane infermiera, nota soltanto con lo pseudonimo di Jestyn, che viveva nei pressi di Somerton. Interrogata la ragazza ammette di aver regalato una copia del Rub’ayyat ad un certo Alfred Boxall, che aveva conosciuto durante la guerra.

Ennesima delusione

Mistero risolto? Per niente. Alfred Boxall, che vive a Maroubra nel New South Wales, è vivo e vegeto ed ha ancora in casa la copia del Rub’ayyat che la ragazza gli ha regalato, alla quale però non manca nessuna pagina: il pezzo di carta nella tasca del morto deve provenire da qualche altra parte. L’infermiera viene interrogata e quando vede la foto del morto sembra colta alla sprovvista e colpita fino al punto quasi di svenire, ma nega recisamente di conoscerlo.

Rub’ayyat, un codice segreto?

Esaminando il libro consegnato con una luce ultravioletta, si riescono a vedere cinque righe di lettere confuse, la seconda delle quali sembra cancellata. Le prima tre sono separate dalle altre due da un paio di linee rette con una “x” scritta sopra: sembra una sorta di codice.

Rub'ayyat
Il codice

La polizia invia il messaggio alla Naval Intelligence, sede dei migliori esperti di crittografia in Australia, ma nemmeno loro riescono a ricavarne nulla. Le loro osservazioni sono che il numero di lettere è troppo limitato per trarne conclusioni definitive e che probabilmente non si tratta di alcun tipo di crittografia semplice o di codice. La frequenza delle lettere corrisponde abbastanza alla frequenza della lingua inglese, e una spiegazione ragionevole potrebbe essere che si tratti di versi di poesia.

Teorie

L’identità dell’uomo rimane sconosciuta. Si presume generalmente che fosse noto all’infermiera, vista la sua reazione alla vista della foto del morto. Potrebbe trattarsi di qualcuno conosciuto da lei durante la Seconda guerra mondiale, che non voleva o non poteva rivelare di conoscere? Il professor Derek Abbot dell’Università di Adelaide, che si è occupato a lungo di questo caso, è riuscito a rintracciare il vero nome di Jestyn, scoprendo che aveva un figlio, e un raffronto delle foto di quest’ultimo con quelle dello sconosciuto rivela interessanti somiglianze. Forse il morto era il padre, e si era ucciso quando lei gli aveva impedito di vederlo?

Coloro che si oppongono a questa teoria puntano sulla causa della morte. Quanto è credibile, dicono, che qualcuno si suicidi iniettandosi un veleno di estrema rarità? La digitale, e persino la strofantina, si possono acquistare in farmacia, ma le vendite sono segnate in un apposito registro. Entrambi i veleni sono miorilassanti usati per curare le malattie cardiache. La natura “esotica” della morte suggerisce che lo sconosciuto fosse una spia. Alfred Boxall aveva lavorato nell’Intelligence durante la guerra e lo sconosciuto morì, dopotutto, all’inizio della Guerra Fredda, e in un momento in cui la struttura britannica per i test sui missili a Woomera, a poche centinaia di miglia da Adelaide, era una delle le basi più segrete del mondo. Qualcuno pensa che il veleno gli sia stato propinato nel tabacco delle sigarette.

Ma le stranezze non finiscono qui

Per quanto inverosimile possa sembrare, ci sono altre due cose veramente strane nel mistero di Tamám Shud. La prima è l’apparente impossibilità di individuare un duplicato esatto del Rub’ayyat consegnato nel luglio 1949. Le ricerche approfondite di Gerry Feltus, un ex investigatore della polizia australiana autore di un libro sul caso, hanno finalmente rintracciato una versione quasi identica, con la stessa copertina, pubblicata dalla casa editrice neozelandese Whitcombe & Tombs, ma si tratta di un altro formato, più quadrato.

Il professor Abbott, dal canto suo, ha scoperto che almeno un altro uomo è morto in Australia dopo la guerra con una copia delle poesie di Khayyam vicino a lui. Quest’uomo si chiamava George Marshall, era un ebreo immigrato da Singapore e la sua copia del Rub’ayyat risulta la settima edizione pubblicata a Londra dalla casa editrice Methuen. Alla richiesta di Abbot, però, la casa editrice conferma di non aver mai stampato più di cinque edizioni del Rub’ayyat, e quindi il libro di Marshall era inesistente come quello dello sconosciuto.

Dopo più di settant’anni il mistero del Rub’ayyat rimane irrisolto

Esaminando il fascicolo della polizia sul caso, Gerry Feltus si imbatte in una prova fino allora trascurata: una dichiarazione, resa nel 1959, da un uomo che era stato a Somerton Beach la sera in cui lo sconosciuto morì. Questo afferma di aver visto:

“Un uomo che ne portava un altro sulle spalle, vicino al bordo dell’acqua. Pensavo di aver visto qualcuno portare sulle spalle un amico ubriaco”

Questo solleva un interrogativo. Dopotutto, nessuna delle persone che prima aveva visto un uomo disteso sul lungomare aveva notato la sua faccia. Potrebbe non essere stato affatto lui? Potrebbe il corpo trovato la mattina dopo essere quello visto sulla spalla dello sconosciuto? E, in tal caso, questo potrebbe plausibilmente suggerire che si trattava davvero di un caso che coinvolgeva spie e omicidio?

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