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Il sangue di San Gennaro

Il sangue di San Gennaro

Tre volte all’anno il sangue di San Gennaro viene mostrato ai fedeli. La mancata liquefazione sarebbe presagio di eventi catastrofici. Ma cosa dice la scienza?

Napoli è una città con una forte identità culturale e con tradizioni folkloristiche ancora sentite, almeno da una parte della popolazione. Una di queste tradizioni riguarda il mito di San Gennaro (e del suo presunto sangue), sulla cui reale esistenza non abbiamo fonti certe. Secondo gli Acta bononiensa (VI sec), Gennaro fu il vescovo di Benevento, vissuto intorno al 300 d.C. sotto l’imperatore Diocleziano. Durante le persecuzioni cristiane, Gennaro si recò nell’antica città di Miseno, vicino Pozzuoli, per dare conforto al giovane diacono Sossio, imprigionato perché cristiano, e lì fu martirizzato anche Gennaro.

A Pozzuoli — Comune dell’hinterland napoletano, in cui Sophia Loren trascorse la sua giovinezza — c’è una chiesa denominata S. Gennaro alla Solfatara. In questo luogo è conservata addirittura la pietra dove sarebbe stato decapitato il santo. Sulla pietra c’è una macchia che, secondo la leggenda, diventerebbe più rossa nei giorni in cui avviene il famoso prodigio della liquefazione del sangue: la più popolare manifestazione del folklore napoletano.

Il sangue di San Gennaro durante la pandemia

Nel duomo di Napoli infatti è custodita una teca in cui si troverebbe il sangue del martire il quale, miracolosamente, diventerebbe liquido tre volte l’anno. Il prodigio avverrebbe il primo sabato di maggio, poi il 19 settembre (giorno di S. Gennaro), infine il 16 dicembre. La mancata liquefazione sarebbe presagio di eventi catastrofici, come eruzioni del Vesuvio e pestilenze. Il 19 settembre scorso però il sangue si è sciolto, quindi probabilmente il santo non ha saputo prevedere la seconda ondata della pandemia. Il 16 dicembre invece è stato più prudente e non se l’è sentita di «fare il miracolo».

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L’ampolla contenente il “sangue”

Pur volendo accettare l’esistenza di Gennaro, essere scettici nei confronti del prodigio è legittimo. A cominciare dal fatto che le testimonianze storiche dell’esistenza della reliquia risalgono alla fine del XIV secolo: oltre un millennio dopo il martirio del santo. Dove sarebbe stata custodita la preziosa reliquia tutto questo tempo? Se nel Medioevo c’era fede totale nella autenticità dei numerosi resti di santi, che in tutto il continente spuntavano copiosi, durante l’Illuminismo dovevano essere molte le persone di cultura che si facevano domande sul viscoso liquido rossastro.

Raimondo di Sangro mago e demistificatore

Tra questi non poteva mancare Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, alchimista e studioso, il quale amava sorprendere i suoi ospiti con trucchi da mago. Raimondo fu probabilmente il primo che provò a riprodurre il prodigioso evento. Per farlo costruì una teca simile all’originale. Ci mise due ampolle piene di una miscela di oro e mercurio misto a cinabro, che pare avesse lo stesso aspetto del sangue coagulato. Lalande scrisse di questo esperimento:

“Per rendere fluido questo amalgama c’è nel cavo della bordatura […] un serbatoio di mercurio fluido con una valvola che, quando la teca viene capovolta, si apre per lasciare entrare mercurio nell’ampolla. A questo punto l’amalgama diventa liquido e imita la liquefazione”

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La mitra di San Gennaro

Un altro viaggiatore settecentesco descrive la composizione della sostanza e l’esperimento ancor più nei dettagli. Spiega come la liquefazione non si verificasse meccanicamente a ogni capovolgimento dell’ampolla e potesse essere anche solo parziale. Proprio come avveniva per il sangue di San Gennaro. Commentando l’ingegnoso sistema messo a punto dal principe, conclude:

“Tutto quello che posso attestare è che esso funzionava perfettamente” .

Cosa dice la scienza?

Più recentemente i chimici hanno fatto altre ipotesi, come quella che ciò che è contenuto nella teca sia una sostanza tissotropica. La tissotropia è la proprietà che hanno alcuni liquidi molto viscosi di aumentare la loro fluidità se scossi. Alcuni studiosi, guidati da Luigi Garlaschelli, nel 1991 pubblicarono sulla prestigiosa rivista Nature questo articolo, in cui descrivevano il loro esperimento. Utilizzando la molisite — un minerale presente sul Vesuvio — cloruro di sodio (il comune sale da cucina) e carbonato di calcio, ottennero una sostanza del colore del sangue. Tutte materie facilmente reperibili anche nel Medioevo. Il miscuglio ha un aspetto gelatinoso e, opportunamente scosso, diventa liquido grazie alle sue proprietà tissotropiche.

Ovviamente potrebbe anche trattarsi di un miscuglio che varia rapidamente la sua fluidità con un piccolo cambiamento di temperatura, ma finché la Chiesa non darà l’autorizzazione per analizzare il contenuto dell’ampolla, non sarà possibile affermare quale sia la sua composizione. Noi razionalisti ci dobbiamo accontentare del fatto che esistano molte possibili spiegazioni scientifiche più plausibili di un evento miracoloso. Nel frattempo possiamo goderci la vista di un tesoro maggiore di quello della Corona inglese, come assicura il Museo del Tesoro di S.Gennaro, dove sono esposti tutti i preziosi doni fatti al santo dai devoti.

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