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Strage nella villa di Casteggio

Strage nella villa di Casteggio

L’omicidio di Mornico Losana, un caso irrisolto. Conosciuto alla cronaca come la strage nella villa di Casteggio, in cui morirono due persone.

La strage nella villa di Casteggio
Il paese di Mornico Losana, in provincia di Pavia

Un delitto tuttora impunito, scosse l’Italia nell’estate del 1960. Una strage vera e propria fu consumata all’interno della villa “Sassone”, sulle colline dell’Oltrepò Pavese, nel comune di Mornico Losana, vicino a Casteggio. La villa apparteneva al professor Mario Ismaele Carrera, di sessantasette anni, titolare di una piccola casa editrice con sede a Varese. Benestante, vedovo da qualche anno.

Da tre anni aveva assunto alle sue dipendenze una giovane di Mornico, Eva Martinotti, ex-operaia di ventinove anni, bionda e piacente. Come spesso accade se ne era invaghito al punto di lasciarsi quasi comandare da lei e mettersi contro sua figlia. Era inoltre gelosissimo. Arrivava ad accompagnarla personalmente a fare la spesa e a visitare i suoi genitori. Temeva che Eva approfittasse di quelle occasioni per incontrarsi con i giovanotti del paese.

La strage nella villa di Casteggio
Eva Martinotti

Un grido dalla villa

L’indomani il postino trovò la porta chiusa, ma vedendo la “600” del professore regolarmente parcheggiata, pensò che lui dormisse e che Eva fosse uscita per la spesa. Sapendo che Carrera trascorreva la maggior parte delle notti a leggere e a scrivere e dormiva di giorno, il postino infilò le lettere che recapitava sotto la porta senza bussare.

Verso le due e mezza della notte tra il 1° e il 2 agosto Luigina Perotti, che abitava nella casa più vicina, si svegliò di soprassalto convinta di aver udito un grido di donna. Si mise in ascolto ma non sentendo altro si convinse di aver avuto un incubo e tornò a dormire.

La strage nella villa di Casteggio

Anche mercoledì trascorse senza novità, e fu soltanto giovedì che Giovanni Perotti, padre di Luigina, cominciò a insospettirsi. Da due sere c’era buio e silenzio, eppure la macchina del professore era in giardino. Temendo che qualcosa di grave fosse accaduto avvisò i Carabinieri. Quando le forze dell’ordine arrivarono alla villa, trovarono tutte le porte e finestre chiuse, tranne la vetrata del salone e una finestra sul retro che dava sul bosco, con tracce di sangue, ed entrarono.

Al piano terreno tutto era in ordine. Nessuna impronta per terra. Invece sul pianerottolo tra la prima e la seconda rampa giaceva il corpo del professore, massacrato con colpi alla testa, strangolato da un paio di bretelle. Sangue ovunque. Sulle scale, sui muri, perfino sui quadri. Eva Martinotti, invece, era immersa nella vasca da bagno, in pigiama.

Anche lei uccisa con una decina di colpi in testa e poi gettata ad annegare nell’acqua. Le indagini cominciarono su due basi. Gli screzi nella famiglia del professore e i rapporti della cameriera con i giovanotti della zona. Furono interrogate decine di persone, ma purtroppo chi sapeva qualcosa si teneva ben nascosto per non avere grane.

Le basi degli inquirenti

  1. L’omicida era uno solo: se fossero stati due non avrebbero permesso al professore di vagare ferito col rischio che desse l’allarme.
  2. L’assassino doveva conoscere molto bene la villa, poiché le luci erano state spente azionando l’interruttore generale, praticamente introvabile per chiunque.
  3. Sembrava improbabile che l’omicida fosse un innamorato della Martinotti, fatto entrare in casa da lei. I due avrebbero potuto incontrarsi comodamente al pianoterra e non al primo piano, a due passi dalla camera del gelosissimo professore.
  4. Per uccidere venne usato un fermaporte di marmo, poi trovato insanguinato: l’assassino non era giunto nella villa armato e che aveva usato il primo oggetto contundente a portata di mano.

Douglas Sapio Verdirame

Via via che il tempo passava, ci si capiva sempre di meno. Le ipotesi venivano accolte e successivamente scartate. Saltò fuori un figlio naturale del professore, abitante ad Ancona, che per sua fortuna poté dimostrare di non essersi mai mosso di casa. Per cui i sospetti che fosse lui ad aver compiuto la strage nella villa di Casteggio caddero.

Addirittura a un certo punto si ipotizzò che le due vittime si fossero uccise a vicenda, durante una brutale lite. Insomma, si brancolava nel buio. A un tratto, fra tanti fantasmi, l’attenzione degli inquirenti cominciò a concentrarsi su di una persona reale e tangibile: il dentista varesino Douglas Sapio Verdirame, genero di Carrera.

La strage nella villa di Casteggio
Douglas Sapio Verdirame con la moglie Matelda, figlia di Carrera

Si mormorava infatti che un’automobile bicolore verde blu, targata Varese, uguale alla sua, fosse stata vista sostare più volte davanti alla villa del massacro come per fare dei sopralluoghi. Frequentando la villa, il dentista poteva sapere dove si trovasse l’interruttore generale della corrente. Poteva aver agito in proprio, o tramite un sicario.

L’eredità

Sapio Verdirame fece subito notare che un sopralluogo da parte sua sarebbe stato inutile. Inoltre un sicario incaricato di commettere un omicidio si sarebbe portato un’arma senza doversi servire di un fermaporta che poteva esserci come no.

L’eredità, inoltre, per quanto cospicua, non era tale da far rischiare l’ergastolo. Un appartamento a Varese, due appartamentini ad Arma di Taggia, alcuni titoli, un po’ di denaro liquido, non certo una cifra da nababbo.

Notevoli stranezze

L’opinione del dentista era che l’assassino fosse un amico di Eva, o un operaio che avesse fatto dei lavori alla villa in passato e ci si fosse insinuato per rubare, venendo quindi sorpreso in flagrante. Sua moglie Matelda, figlia del professore, pensava invece che si trattasse di un uomo col quale Eva si fosse vantata, come pare faceva, di essere ricca, e che l’avesse quindi ricattata costringendola a farlo entrare in casa.

A favore di questa tesi c’era il fatto che in molti avevano riferito come lei si sentisse impaurita, tanto che a un’amica aveva detto: “Prega per me, che ne ho bisogno”. Quando però la polizia domandò a Sapio Verdirame come e dove aveva passato la notte del delitto, saltarono fuori delle notevoli stranezze. Il dentista era partito da Arma di Taggia alle diciannove di lunedì 1° agosto.

Gli piaceva viaggiare di notte, lentamente. A Imperia, appena una ventina di chilometri dopo, si era fermato, aveva comperato una cartolina, spedendola alla moglie. A Savona un’altra sosta per la cena, ed un’altra cartolina affettuosa alla famiglia. Poi il valico del Sassello, verso la pianura piemontese, e da Acqui una terza cartolina, una veduta di Imperia, imbucata alla stazione.

Macchie di sangue sull’auto

Poi aveva proseguito per Alessandria e, secondo il suo racconto, Novara, il ponte di Oleggio, Gallarate. Si era fermato un paio di volte a dormicchiare in macchina ed era arrivato a Varese alle 4.30; nessuno però poteva confermare la sua versione. Da Acqui, insomma, si perdevano le sue tracce, e la polizia considerò possibile una deviazione verso Tortona, Voghera e Casteggio.

Dopo il delitto il dentista avrebbe ripreso la via di Varese attraverso Pavia e Milano. Inoltre si presentò un benzinaio di Varese, al quale in agosto si era presentato un signore elegante, con un’auto 1100 verde-blu, chiedendogli di lavarla. L’uomo si era accinto al lavoro trovando delle grosse macchie di sangue sulla portiera dell’auto. “Ah, sì. Si vede che è stato quel ferito che ho raccolto per strada”, aveva commentato lui, raccontando poi di un incidente stradale al quale aveva assistito.

Tutto questo fece sì che, il 20 agosto, Douglas Sapio Verdirame fosse arrestato e tradotto nelle carceri di Voghera, da cui uscì il 31 ottobre in libertà provvisoria. Tutto a posto quindi… anzi no. Il castello accusatorio cominciò a sgretolarsi quando, durante un confronto, il benzinaio non riconobbe né l’auto né il misterioso cliente.

La difesa a favore di Sapio Verdirame

  1. Gli esperti dissero che era impossibile stabilire con esattezza l’ora in cui l’editore e la governante erano stati uccisi, perché d’estate i cadaveri si decompongono più rapidamente. Quindi poteva essere che il massacro fosse avvenuto il giorno 2 o addirittura il 3.
  2. Il movente dell’interesse non reggeva: il dentista non aveva particolarmente bisogno di soldi.
  3. I due omicidi, compiuti in maniera così rudimentale, non erano certo premeditati.
  4. Due mesi circa dopo il crimine, mentre il dottor Verdirame era ancora in carcere, qualcuno aveva rotto i sigilli apposti sulla porta della villa, penetrando all’interno senza rubare niente. Era quindi molto probabile che tra i due eventi criminosi, gli omicidi e l’effrazione, esistesse una correlazione.

Morti a distanza di ore

Infine, il passato della governante, a cui venivano attribuite molte avventure anche con uomini sposati. Si poteva supporre che Eva, nella notte tra l’1 e il 2 agosto, attendesse un uomo alla villa. Il professore si era coricato, lei era rimasta alzata (infatti il suo letto fu trovato intatto). L’ospite era arrivato, era cominciata una discussione, il professore si era svegliato; l’assassino aveva perso la testa sferrandogli un pugno tremendo, facendolo rotolare per le scale, infine lo aveva raggiunto e strangolato.

L’assassino, poi, potrebbe aver obbligato Eva a cancellare le proprie tracce per poi ucciderla col famoso fermaporte, e questo spiegherebbe le tracce dei piedi della ragazza trovate un po’ ovunque, e il fatto che nello stomaco del professore fosse stata ancora trovata la cena di quella sera, in quello di Eva no, segno che i due erano morti a distanza di ore l’uno dall’altra.

Con questa meccanica si poteva spiegare anche la visita notturna compiuta due mesi dopo: l’assassino cercava un oggetto che avrebbe potuto tradirlo e che gli inquirenti non avevano ancora trovato. Nel novembre 1962 il tribunale di Pavia assolse Douglas Sapio Verdirame per insufficienza di prove, e il fatto cadde così nel dimenticatoio.

La strage nella villa di Casteggio rimane tuttora impunita.

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