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Giorgio Bianchi e il complottismo 4 stagioni

Giorgio Bianchi e il complottismo 4 stagioni

Da Dugin a Weltanschauung. Il noto fotoreporter Giorgio Bianchi, paladino popolare anti sistema, accusa la cosiddetta «stampa di regime». Questa denuncia lo ha reso un apprezzato influencer Nocovid

Sotto i cosiddetti “ponti” del complottismo ne sono passate a centinaia di carcasse di esperti del nulla e di titolari di lauree di vetro come vuoti a rendere. Con loro sono passati anche millantatori sciupa grana, portatori sani di narcisismo e profeti pay per fake i quali svolgendo le loro attività di santi forniscono ai propri seguaci una poltiglia fumante che sa di stallatico. In altri casi invece le verità assolute vengono diffuse estremizzando involontariamente l’inettitudine descritta da Svevo nei suo racconti. Questo però non è il caso di Giorgio Bianchi, documentaria di tutto rispetto e professionista coraggioso, per di più. I suoi importanti servizi da fotoreporter in Paesi come Ucraina, Siria, Vietnam, Burkina Faso, Nepal o Myanmar, ne hanno fatto un apprezzato documentarista e cineasta a livello internazionale.

Giorgio Bianchi, un curriculum di tutto rispetto

Ha addirittura collaborato con testate nazionali come La Repubblica, Il Corriere della Sera, il Manifesto, Rai Cinema, La Stampa e Il Giornale. Infine è approdato oltre Manica pubblicando sul The Guardian o sul magazine a stelle e strisce National Geographic. Che dire: il 48enne romano è uno che le guerre le ha viste e documentate, riportando le sue esperienze con dedizione e serietà. Per questo motivo rispettiamo il lavoro di fotoreporter di Giorgio Bianchi. Al contrario di quelli che invece parlano senza mai essere usciti da casa. Di quelli appostati sui propri terrazzi che scrutano il cielo della Riviera, in attesa di bonifici per le bollette. Oppure di quelli che tracannano cocktail in resort esclusivi su isole atlantiche, e tra un consiglio e un «Buenos dias señor» raccolgono fondi indispensabili per distruggere l’odiato «sistema» dentro le proprie tasche.

Anche i migliori ci cascano

Ciononostante i suoi excursus ammirevoli, anche Giorgio Bianchi è stato toccato dalla mano guasta del complottismo, restandone contagiato. Così, dopo essere diventato l’ennesimo capitano di sventura, convinto di “lottare per la libertà altrui”, ha iniziato a pubblicare temi riguardanti la «dittatura sanitaria». Queste affermazioni antiscientifiche contengono una pericolosa e insensata disinformazione. Ecco spiegato il motivo per cui il profilo Facebook di Bianchi — seguito da 20mila followers — è stato bannato numerose volte. A questo punto anche lui, adeguandosi al mondo vittimistico del complottista, ha gridato alla «censura di regime!». In realtà sarebbe più giusto prendersela con se stessi e non con le misure di sicurezza anti fake dei social. Non l’ha fatta franca Trump, per cui…

Per molti adoratori dell’anti sistema, Giorgio Bianchi è un’icona della libera informazione. La sua prima battaglia contro il mostro di carta inizia nel 2018, quando accusa “Il Fatto Quotidiano” di avere sposato acriticamente la narrazione mainstream riguardo la guerra in Siria. Ci saremo aspettati qualcosa di più da Bianchi di una semplice critica alla stampa del nostro Paese, visto che anche lui ha collaborato con testate giornalistiche “non libere”. Questo cambio di prospettiva ci ricorda che sino a quando “Berta fila” il denaro non ha odore e proprio come Arlecchino si può servire due padroni.

Nocovid, la strada più semplice

Precedentemente abbiamo lodato il lavoro di Bianchi come documentarista, non certo quello di complottista. Anzi, per quanto ne possiamo ammirare gli sforzi gli consigliamo di cambiare mestiere poiché i panni del complottista gli vanno larghi e lo rendono goffo. Ed è così che per vincere facile, sfruttando la nauseabonda ovvietà con tematiche care ai profughi della ragione, si è buttato anche lui nell’enorme rissa tra orbi a favore della causa covidiota. Ed ecco che da straordinario bruco, l’apprezzato documentarista si è trasformato nell’ennesima falena complottista grigio polvere. Che noia. Che peccato.

Dire se Bianchi abbia fatto questa scelta per popolarità non spetta di certo a noi. Quello che invece vediamo è che non brilla di singolarità nel suo nuovo ruolo di esperto in idrossiclorichina, graffiando sullo schermo parole come «regime», «museruole» e «sistema». D’altro canto è bastato poco per renderlo uno tra i totem del negazionismo pasionario di estrema sinistra. Ed ecco che addomesticare il proprio seguito diventa semplice, senza dover per forza attingere tra mestiere e ricerca. Anche lui, proprio come i professionisti della contro informazione fake in Italy, pubblica i soliti pastoni riscaldati più e più volte, ma dopotutto è quello che chiedono i followers affamati sotto il palazzo.

Persone convinte che il virus sia stato creato dagli odiati amerikani allo scopo di affossare l’economia cinese, ma poi per qualche strano motivo è sfuggito di mano giustiziando il boia. Followers sicuri che la pandemia sia tutta una messinscena voluta da quel potere inarrivabile chiamato capitalismo. Così Giorgio Bianchi con accento proletario si esprime con parole che sanno di vittoria culturale e tra il «Processo di Norimberga», l’odiato «Soros», gli immancabili «poteri forti» e l’incomprensibile «big reset» fa sentire importanti i suoli lettori. Guerrieri intellettuali, indispensabili al fine di contrastare un oscuro progetto mondiale non chiaro a tutti.

Giorgio Bianchi: funambolo sul grande margine

Non avremmo voluto dirlo, ma quello di Bianchi è un polpettone post ideologico di chi si batte tra valori cristiani e la difesa della cultura spirituale europea nel mondo asiatico. Una partita a tennis in cui l’arbitro inebetito segue la palla viaggiare dalla parte destra a quella sinistra, senza mai annotare un punto. Un abile gioco delle tre carte, dove a perdere è sempre il fesso attirato da una facile vincita. Con un paso doble Bianchi si destreggia con dei dribbling che vanno da una parte all’altra del video, confondendo chi cerca di seguirlo. Per dirne una: nel 2018 Bianchi (scrivendo di Macron) lascia intendere che i Gilet Gialli altri non erano che dei colorati rivoluzionari manovrati dagli Stati Uniti, altro che popolani.

Questa chiamata gli è costata la rivoluzione colorata dei gilet gialli, che altri non è se non un messaggio altrettanto in codice per dire agli europei “non ci provate nemmeno. Nella migliore tradizione mafiosa dopo la prima grande manifestazione dei gilet gialli arriva il tweet di Trump che in pratica lascia l’impronta digitale sulla rivolta e rivela la sua collusione con il deep state.

Citazione di Giorgio Bianchi, nel sito: L’Osservatorio Capitalista

L’anno dopo, nel 2019, Bianchi partecipa anche all’iniziativa organizzata dall’estrema sinistra a favore di Assad, venendo infine intervistato da Giulietto Chiesa. E pensare che solo poco tempo prima, in un’altra intervista, Bianchi dimostrò simpatia per il mercenario del Domdass: il neo fascista bresciano Massimiliano Cavalleri, soprannominato Spartaco. Rispondendo alle domande, disse che:

Spartaco è la persona più indicata da intervistare, parlando la mia stessa lingua, per avere testimonianze dirette.

Giorgio Bianchi, nell’intervista di Sputnik

Giorgio Bianchi: «Rosanna ha già vinto»

Dal suo quartier generale, il noto fotoreporter è diventato anche un fervido sostenitore di Rosanna Spatari, la proprietaria della “Torteria” di Chivasso, regina per una notte nell’organizzare i famosi aperitivi disobbedienti, tra una imprecazione e l’altra. La pasticcera “costituzionalista” aveva organizzato delle proteste contro le regole imposte dal governo ai locali pubblici, ed ecco che Bianchi cavalca anche questa crociata simil popolare. Dopo tale scelta ci verrebbe da cantare “El pueblo unido jamás será vencido” con tanto di pugno chiuso, auspicando in una giustizia proletaria.

giorgio bianchi

Non vogliamo minimamente criticare i post altrui, ma ci piace analizzarli. In questo caso, ad esempio, ci chiediamo che cosa centri Winston Churchill con le protesta della signora Spatari. Ci sembra che paragonare un politico che contrastò Hitler per fermare il nazismo con una pasticcera convinta costituzionalista, che per protesta ha urinato difronte alle forze dell’ordine, ci sia un’evidente differenza culturale e morale. Sarebbe come paragonare Marie Curie con Fabrizio Corona. Ah, un ultima cosa: Churchill non ha mai detto la frase menzionata nel post: ennesima bufala diffusa da Bianchi.

Weltanschauung

Se poco prima abbiamo lasciato Giorgio Bianchi nelle vesti di uomo popolare, ecco l’ennesimo cambio di direzione. In un trasformismo politico che sa di punto interrogativo il fotoreporter romano — come si può vedere da questo post — segue e pubblica articoli del sito Weltanschauung Italia: pagina di estrema destra la quale cerca di identificarsi in una sorta di Terza Posizione. Il sito, per chi non lo sapesse, collabora attivamente con “Il Primato Nazionale”, il plurisettimanale di Casa Pound. Bianchi, a tal proposito, non ha mai preso le distanze da Weltanschauung.

Da Visione Tv a Byoblu, sino a Dugin

Tra un tango e un passo dell’oca, Giorgio Bianchi e il suo complottismo sferico si adeguano sia alla destra che alla sinistra, e così tra un arrembaggio mancato al Panfilo Britannia e un digestivo no mask in Russia si mostra sui canali del «niet régimen» come Byoblu e Visione Tv. Durante la diretta vengono tirati in ballo i diritti del popolo oppresso, in un mix di sgarbifusariana memoria, tra cabale occulte e conquista del mondo. Per confondere maggiormente le acque si aggiunge anche una diretta streaming con Alexander Dugin: l’ideologo del nazibolscevismo tempo fa passato alle cronache per il rifiuto dell’università di Messina di ospitarlo.

Che il nostro cineasta sia passato con il fuffapass al casello del complottismo è ormai appurato. Tra un sogno utopico al gusto chiave inglese, Bianchi sembra divertirsi. Il pensiero di far indossare l’orbace agli operai e servire ai tavoli del Festival de l’Unità “compagni” in doppio petto lo attira molto. Tuttavia a Bianchi c’è da dargli merito su una cosa: aver prodotto un complottismo 4 stagioni.



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